Marketing, linguaggi e riforme della Chiesa

Il blog del Signor Diegoli, Gianluca Diegoli, tratta di marketing. Esattamente come un fantatrilione di altri blog.

Tuttavia a differenza dei più, quello del Signor Diegoli lo fa cum grano salis, abbondanti spolverate di grazia e totale assenza di certezze: Minimarketing, infatti, ha lo straordinario potere (o per lo meno ce l’ha su di me), di generare dubbi.  Non sentenzia (quasi mai), non dispensa facili consigli, non stila regole inattacabili e/o imperiture: anzi! Rispetto allo scenario competitivo, il Signor Diegoli, semina incertezze. Fa sorgere domande e fa riflettere.

Per chi come me si occupa di marketing senza che (quasi) nessuno lo sappia, così come per chi se ne occupa de facto senza rendersene conto in prima persona*, tanto quanto per chi crede di occuparsene (magari avendo un bdg da investire e un capo da gratificare/non far imbufalire), questo blog è un luogo in cui passare spesso. E tornare volentieri. Oggi, in particolare, vi invito a dare un’occhiata a un pezzo (scritto nel 2005!) sulla strategia di marketing Google . Strategia che come dice bene (anzi, più che bene, direi: “da dio”) il Signor Diegoli ha un pallet di aspetti in comune con quelle rintracciabili nella storia delle religioni.

… Avete letto? Perfetto. Ciò detto, vado al punto: da qualche mese mi frulla per il capino l’idea il sogno di poter in qualche modo far arrivare oltre le altissime e protettissime mura del vaticano un semplice quanto agghiacciante concetto, traducibile nell’esigenza di una RIFORMA (ecco. L’ho scritto e se stanotte muoio nel sonno, è colpa di Silas).

Sì: di una riforma, in termini di linguaggio, prima che di contenuti. Dei contenuti (filosofici, archetipici e psicologici) non mi occupo, non ho abbastanza cultura per farlo, anche se mi piacerebbe da morire; ciò di cui m’interesso e che si lega al sogno di cui sopra,  è strettamente connesso con la regola base del marketing, quella ovvero che sottosta a qualsiasi forma di DIALOGO: la lingua.

Per dialogare serve avere la volontà di farlo, ma servono pure i mezzi adeguati: se hai la volontà, ma sbagli il VERBO*, sei già fermo. E il dialogo non solo non arriva, ma non parte nemmeno. Ecco, quindi, la RIFORMA a cui io aspiro è una trasformazione un’evoluzione del linguaggio della Chiesa. Di quella in cui sono nata io, Italiana, cresciuta con le Orsoline e i Padri Piamartini e inserita in un contesto sempre meno cattolico.

Non ne faccio una questione di fede, ma di risultati. Penso al successo della Chiesa Cristiana come uno dei più fulgidi esempi di applicazione dei principi del marketing, e al suo declino come la negazione e l’abbandono degli stessi. Se la C.C. perde quote di mercato e lo scenario competivo mostra l’evidente e progressiva crescita dell’Islam (con più di un miliardo e mezzo di fedeli, pari al 21% della popolazione terrestre), prima che dei contenuti e della sostanza**, forse, dovremmo occuparci della forma.

Per occuparci della forma, intendo fare attenzione al linguaggio che usiamo e – qui – che la Chiesa usa con i suoi Clienti, oggi lontano, anzi lontanissimo, dal contesto e dai bisogni reali.

Finché non inizierà ad ascoltarli, i suoi clienti, e continuerà a ripetere il mantra dei propri messaggi (per di più in una lingua non più comprensibile, adatta e calata nella realtà), la perdita di quote non si fermerà.

Finché non ricomincerà a fare mercato e andrà avanti a ragionare da SPORTELLO, il numero dei fedeli continuerà a scendere.

Il linguaggio scelto (che abbraccia – oltre al VERBO – la modalità, la capacità di ascolto e l’approccio) ha effetto ovunque e con chiunque: dal capo, al cliente in ferramenta, al latifondista, alla moglie arrabbiata, all’ex intrattabile. Perché, dunque, non dovrebbe averne anche sui fedeli?

SOURCE:

http://www.minimarketing.it/2005/08/god-google-talks-to-us.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Religioni_maggiori

NOTE:

Giovanni 1:1 «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo.

** Per dire che l’uomo anela all’infinito, teme la morte e ha bisogno di fede, non occorre una laurea in Antropologia delle Religioni, basta il buon senso. Basta aver letto un po’ (nemmeno tanto), avere un paio di occhi aperti sul mondo fuori e su quello dentro.

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