Coincidenze da fantasmi

Coincidenze da fantasmi

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“L’isola dei famosi morti per droga”, di Ray D’Orta – editing nr. 40/gennaio 2017

Le cose accadono, a prescindere dalla mia (e pure dalla vostra) volontà, dall’enfasi, dalla motivazione, dagli intenti e a volte anche dalla stessa presenza di un osservatore più o meno onnisciente.

Mentre consegno l’editing di gennaio (immagine), guardo al Sol Levante e sogno un funerale irlandese, mi ritrovo a riflettere con i miei #fantasmi sui circuiti che collegano i nostri libri, le nostre vite e quelle delle storie che incontriamo.

«Pensa!» – gongoliamo tra di noi via Skype – «A luglio, nel plot per il sequel di Pierino* parlavamo di prezzemolo* e a settembre è arrivato un libro sul prezzemolo*; poi a ottobre abbiamo lavorato sul #39 la cui profezia si è realizzata con il #40, che ha poi portato al #44…»

Con gli occhi del narratore onnisciente, il nostro sembra un percorso circolare, una specie di spirale che forse non è una spirale, ma un frattale, o un disegno cachemire o un non-lo-so.

Fatto sta che ci siamo resi conto che quello che scriviamo in un libro accade nella vita di chi ci contatta per il successivo, quasi fossero “profezie auto-avveranti”.

E?

Niente, fa un po’ paura, ma anche no.

 

Citazione

Profezia avverata, profezia esorcizzata

È successo, finalmente.

Purtroppo. Ma anche per fortuna.

Una volta avverata, una profezia la cacciamo via dalla testa.

Una volta accaduta, materializzatasi una premonizione (per mesi in-proiettataci a immagini intermittenti, poi di volta in vota sfocate e man mano sempre più nitide), non ci si pensa più.

È fatta.

Ci siamo tolti il pensiero.

Auto in panne, notte piena, buio pece, asfalto montanaro e monotono; silenzio egoista e solitario che vorace inghiotte – mai sazio, in sordina – sbadigli di rari motori, marmitte insonni di piloti temerari, segnaletica contata goccia a goccia ogni quattro curve e due rettilinei, in una gola di asfalto che più del nulla non si può.

La linguetta inizia a ribattere, l’elastico nevrotico di una bretella frulla vorticosamente in una centrifuga stridente e folle. L’orecchio, più spaventato che curioso, si interroga provando a identificare il messaggio che pur facendo scintille promette non gioia ma nulla di buono.

Non un messaggio di pace.

Il pensiero balbetta simulando lucidità. “Non è nulla. Non è vero che penso non sia nulla”.

Provi a sbarazzarti del terrore. Come quando scacci una mosca molesta.

E non ci credi tu per primo.

I segnali si fanno più inquietanti.

L’affanno nell’accelerata, il respiro corto fra una marcia e l’altra, a scalare, poi il rantolo e infine l’infarto. Del motore. E il tuo.

Un colpo – l’ultimo – sordo che, però, sente benissimo il tuo panico, (e che anche tu odi chiaramente) Vi blocca su un viadotto che – quanto a cultura – ha solo studiato il modo per fartici lasciare le penne.

In quell’anfratto di emozioni stritolate dal sonno e dal freddo non c’è spazio per sedersi, per stare ritti in piedi, per accasciarsi di dolore o crepacuore. Non c’è spazio. Non c’è tempo. E in quel nulla, esanime, tutto l’attimo che ti serve. Coglilo. Devi coglierlo pur senza aver seminato, accucciata sul ciglio di una corsia che è un occhio chiuso, come un animale ferito. Dal quadro nessun segno di accensione.

Ma a venti minuti dall’ictus meccanico ci riprovi, deglutendo odore di gasolio, con l’aritmia che ti ha ghiacciato anche la chiave. E la creatura si rimette in cammino, col fiato corto, allungandosi di altri cinque metri cinque, laddove la piazzola di un distributore (TOTALmente all’oscuro anch’essa, scorta con una vista disperata a infrarossi) si apre in un abbraccio commovente.

Il telefono prende. Secondo miracolo dopo la scampata mousse di auto e tir.

Mezz’ora all’arrivo dei soccorsi.

Infinita. Più della paura.

Più lunga della notte più lunga di tutte le notti più lunghe di tutte.

Amen: la profezia si è avverata.

Basta incubi.

Adesso scrivo.

 

Autore: Anita Madaluni

Se non m’insegni non imparerò

Se non m’insegni non imparerò

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[…]

di nuovo dicendo
se non mi insegni non imparerò
di nuovo dicendo anche per le ultime
volte c’è un’ultima volta
ultime volte di mendicare
ultime volte di amare
di sapere di non sapere di fingere
un’ultima anche per le ultime volte di dire
se non mi ami non sarò amato
se non ti amo non amerò
il battiburro di parole stantie di nuovo nel cuore
amore amore amore tonfo del vecchio pistone
che pesta l’inalterabile
siero di parole

di nuovo atterrito
di non amare
di amare e non te
di essere amato e non da te
di sapere di non sapere di fingere
fingere

io e tutti gli altri che ti ameranno
se ti amano

3.
a meno che ti amino

 

Samuel Beckett

Niente di Meno – Amidani, Stefanini

Niente di Meno – Amidani, Stefanini

Q U O T E S

La maschera che ho scelto ha la forma del cranio di Anubi, quarto figlio di Ra, il dio-sciacallo signore degli inferi e degli occidentali.

—  Ulisse Lupi Sinclair —

FuffologyDay una beata fava.

FuffologyDay una beata fava.

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[colonna sonora consigliata: Dawn Penn “No, no, no” – https://youtu.be/0mNPKNAQl4c?t=12s ]

Perché non mi tocca il fuffologyDay?

Non la scrivo nemmeno la parola inquisita, presa dalla ministra Beatrice Lorenzin. Non lo faccio per non entrare nei motori di ricerca con un hashtag che fa ridere i polli.

Quello che esprimo, piuttosto, è lo schifology che mi suscita la campagna, seguita a ruota dalla polemica e preceduta – come sempre, nei secoli dei secoli amen – da un’ars pensandi penosa, patetica e pure un po’ pacchiana.

Di chi è la colpa?

O a chi la do io?

Io la do a chi mi pare, come mi pare e quando mi pare.

Cioè, nella fattispecie visto il periodo di magra, a nessuno.

Non la do a nessuno perché ritengo sia di tutti: la colpa, come nuovo bene globale, va divisa in parti uguali, alla russa dei tempi d’oro.

Un po’ per uno: una fettina di responsabilità a testa, per ogni singola sinapsi che ci si è infilata (prima, durante, dopo).

Da chi ha PENZATO che servisse una campagna, a chi l’ha affidata a un branco di organismi monocellulari, a chi l’ha commentata scandalizzandosi (e dandole, nel meanwhile, un Zacco di attenzione). A chi si è offeso, perché non può avere figli. A chi potrebbe, o ha potuto, ma non sa come cazzo nutrirli, o curarli, o educarli. A chi fanculo i figli. A chi fanculo la ministra. A chi fanculo tutto, facciamo una rivolta (ma, ocio, eh, solo a colpi di status e rigorosamente online).

E pure a me medesima sottoscritta sottoscrivente che un figlio l’ho fatto ma un giorno sì e uno no mi domando se sia stata e sia abbastanza sveglia per passargli quel che serve, tenerlo lontano da quel che no, prepararmi alle cagate che farà a ruota nei prossimi anni, e pure riuscire a lasciarlo andare, quando riterrà il momento.

Quindi?

Niente, per me oggi è l’equinozio d’autunno, visto che alle 14 e 21 il Sole sarà allo zenit dell’equatore, dandoci tante ore di luce quante di buio: la par condicio perfetta.

Video

Buonismo e cattivismo

Sottotitolo (in H2): “Serata di gala probono”

Se non hai voglia di leggere, che lo so che t’affatica, puoi spararti il video post (umo).

 

Interno notte, o  prima serata, (è uguale).

Atto primo – scena uno

Grandi ambienti. Luci scintillanti, paillettes, stiletti, clutch che da sole – se non fossero portate da dita pluricarato – costerebbero quanto un motorino. Trucco e parrucco. Tanto, tantissimo trucco. Intorno a tavoli da qualche migliaia di euro, la crema di Cremona*. Star sul palco che cantano, intrattengono, sorridono. Occhi di bue sparaflashanti sul parterre.

Buonismo in sala, salone o pala-tenda.

Bella gente. Bella iniziativa. Belle parole.

Pathos a pacchi e ciuffi.

Con questa gente intorno, devi solo sorridere. E nemmeno tanto (per venire meglio in foto, che si sa mai ti tagghino).

Scena due

Interno giorno, o sera (non cambia), fra le mura  – della prima, seconda o terza casa di uno qualsiasi dei gruppi della scena uno.

Il buonismo da prima serata cede il passo al vero e unico cattivismo domestico.

Gli stessi occhioni lacrimanti fra la crema, fuori dai riflettori, si stringono su favori negati, si girano di fronte a fratelli e amici disconosciuti perché lamentosi, allontanatati in quanto lagnosi, cancellati perché bisognosi. Parenti trattati come clochard. Prestiti negati ancora prima di essere richiesti.

Con questa gente intorno, non puoi far altro che sorridere. Se ti è morta nonna, o zia, o se stai morendo tu, magari dentro e pure fuori, non puoi mica dirglielo. L’unica risposta possibile è un morigerato “Non mi lamento, grazie”. Nemmeno un “da dio”, puoi permetterti, se non vuoi passare per pazzo. Devi ostentare una mediocrità globale che magari (dico magari) non ti appartiene. Non puoi condividere altro che gattini e minchiate, Caraibi e bennoni, abbronzatura e successi.

 

 

 

Ubi maior minor cessat

Ubi maior minor cessat

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Lunedì sera.

Sono a tavola con il mio branco. Stefania è rientrata dall’Olanda e mi mostra le strade che conosco bene e ancora ricordo; Giovanni ha fame.

Sono le nove. Mangiamo la stracciatella comprata da Marco, beviamo il vino regalato da Sveva e parliamo del perché, da qualche giorno, io sia tanto nervosa quanto serafica, addirittura raggiante.

– Metodo Stanislavskij: c’è solo quello per funzionare, adesso – spiego.

Bertold Brecht parlava di straniamento; Stanislavskij di immedesimazione.

Per come vedo io il mio mestiere, entrambe le tecniche sono indispensabili. La prima, però, per me arriva dopo, in fase di ultima revisione del testo, mentre la seconda mi serve per capire la Penna che devo diventare per interpretare l’autore.

Per scrivere con e per un runner, devo correre, sentire il sudore, l’acido lattico, la milza sbattermi in gola.

Per rileggerlo, a fine corsa, devo sdraiarmi, allontanarmi e fare come il pittore fa con il suo quadro: tre passi indietro e campo visivo allargato.

Questo mese per me è diverso da tutti gli altri.

Settembre coincide con l’avvio di un lavoro di editing che mi richiede una fusione con l’autrice più intensa che mai.

Per scrivere con lei, non mi è possibile diventare lei, soprattutto non a livello fisico. L’unica area che può riconfigurarsi come un insieme è quella chimica ed è da lì che mi arrivano nervosismo, rabbia e frustrazione, così come benessere e pace.

Le sottilette, i piccoli affanni dell’uomo comune e le preoccupazioni della più mediocre delle mie personalità urlano all’ubi maior minor cessat e la parola priorità torna ad avere il grado e la dignità che le spettano.

Mentre leggo le lettere dell’autrice, i suoi appunti, le sue mail, il mio fuoco cambia; l’occhio di bue punta all’essenziale e fa pulizia del resto, del superfluo, dell’inutile, del ridicolo che si sente importante, delle seghe mentali di chi davvero non sa di stare bene, di stare da dio, di chi si complica la vita e importuna quella altrui.

Il mio campo visivo si riduce, per empatia, e lascia al buio tutto ciò che non merita la luce perché nemmeno la vede.


Roberta Giulia Amidani (6 Settembre 2016)

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“Pain reliever”- scatto preso dalla pagina Facebook Bizzarre Art