Siamo tutta chimica

Siamo tutta chimica

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Facendo di tutta l’erba un gran bel fascio, intorno a noi ci sono persone iper-produttive e super felici e cenci davvero davvero depressi che si trascinano da un giorno all’altro.

I primi, di solito, si danno un gran da fare e hanno un sacco di buoni risultati, se la spassano e sono quasi sempre anche benestanti.

I secondi hanno spesso facce tristi, fanno fatica a sbarcare il lunario e non possono fare altro che lamentarsene.

Gli abitanti di entrambe le macrocategorie reiterano un processo/approccio vitale che li mantiene in una zona di comfort: i felici sono felici e producono e sono felici; i tristi non producono e non producendo s’intristiscono ulteriormente.

“Perché?” (1)

Secondo i chimici, la RISPOSTA (2) sta nella chimica (3) e all’interno di essa, in particolare, sta in scia a dopamina, serotonina, ossitocina ed endorfina, ovvero ai quattro neurotrasmettitori responsabili del nostro umore.

Questa potentissima band ce la suona e ce la canta in risposta a stimoli di diversa natura ma tali stimoli non è detto debbano arrivare (unicamente) dall’esterno: possiamo scrivere anche da soli sui nostri spartiti e far vibrare gli ormoni addirittura a comando.

Seguitemi.

Dopamina

La dopamina è un bel calcio sul nostro lato B seguito da una coccola fantastica; è la maestra con la faccia serissima che ci manda a fare i compiti e ci premia appena li finiamo; è la mamma che ci mostra la merenda e ci fa: «Ah, no, bello mio, prima metti in ordine quel macello di camera tua!»

Studi scientifici sul livello di dopamina dei topi (che come sanno tutti, sono i migliori amici dei ricercatori) hanno dimostrato come a diversi livelli dell’ormone si associno diverse e contrarie tendenze alla produttività e al benessere. Il topo con la dopamina bassa si annoia, è annichilito dal dubbio, tende a evitare gli sforzi, rimanda a dopo pure quello che andava fatto prima e – nell’indecisione – sceglie la via più breve/facile; quello con la dopamina alta s’ingegna, si fa un gran culo, raddoppia l’impegno e mangia il doppio.

Il topo dopaminizzato (molto diverso da quello dopato), parte dividendo gli obiettivi: sezionando il percorso in piccoli tratti, riesce – senza diventare scemo – a raggiungere una meta dopo l’altra e dà così il via a un fichissimo meccanismo di tensione-premio che gli spara altre dopamine.

Guardando loro, noi, piccoli roditori umani, possiamo imparare: gli scienziati possono compilare  statistiche ed elaborare modelli e noi possiamo replicare il topo-metodo della dopo-induzione, sezionando i nostri compiti e facendo prima quello che il topo moscio rimanda a poi.

Serotonina

Entra in circolo e satura i gangli neurali quando il portatore dei gangli si sente fico (leggi: importante, riconosciuto, rilevante). Quando c’è lei a far la guardia, depressione e senso di solitudine stanno fuori dalla porta; quando manca, fanno man bassa, tant’è che secondo Barry Jacobs, di professione neuroscienziato, la maggior parte degli antidepressivi si concentrano sulla produzione di serotonina.

Per auto-indurla, in mancanza di stimoli esterni, ci basta ricordare un successo (4): il cervello fa un casino di fatica a distinguere la realtà dalla percezione e sentendo come vero quello che percepisce, nel momento in cui gli facciamo percepire delle belle cose (‘O’ stretta, accento pugliese), lui schizza serotonina a destra e a manca. Lui schizza e noi gongoliamo, mezzi annegati e obnubilati nel mare calmo e denso del neurotrasmettitore più burroso del mondo.

Un altro furbissimo stratagemma consiste nell’esporci al sole per una ventina di minuti: mentre la nostra pelle assorbe i raggi ultravioletti, i raggi stimolano la produzione di vitamina D e di serotonina e i nostri visceri neurali si bagnano di felicità.

Ossitocina – da fascia protetta

L’ossitocina è l’ormone dell’iper-coccola: arriva in circolo dopo un orgasmo, durante il parto e nell’allattamento. Per stimolarne la produzione senza correre il rischio di essere arrestati o molestati e senza infilare un capezzolo fra le labbra di un’amica, un cliente o un collega, basta un abbraccio. Un semplice, morbido, sentito abbraccio nebulizza ossitocina meglio di uno di quegli spara-acqua dei locali alla moda.

Se non troviamo nessuno da abbracciare, il nostro problema più che chimico è molecolare e più degli ormoni, riguarda i legami.

Endorfina

L’endorfina è il MOMENT-SUPER-ACT secreto e tutto sommato pure abbastanza segreto, prodotto dalla nostra farmacia cerebrale per ridurre stress, dolori e malanni. Assomiglia alla morfina, sia come struttura molecolare, sia come risultati.

Per produrla basta un po’ di sudore, aka esercizio fisico. Oppure una risata.

Chi crede nell’aromaterapia, può sniffare lavanda oppure vaniglia. Chi preferisce i piaceri della tavola a quelli del naso, può mangiare cioccolato (fondente) e/o peperoncino.


Note

(1) Perché non siamo tutti produttivi e felici?

(2) Che è sempre 42

(3) Secondo i fisici siamo tutta fisica; secondo i biologi siamo solo biologia; secondo i chimici siamo solo chimica e secondo me? Siamo poco più che letteratura.

(4) L’articolo originale, dal quale ho scopiazzando il mio pezzo di oggi, parla di “past achievement”, che tradotto letteralmente suona come “successo passato”: per quanto il termine successo abbia quasi perso la sua natura di participio passato per accogliere la mutazione da trainer alla Robbins e compagnia cantanti, in quanto nostalgica, nonché once in a while grammarnazi 2.0, ho preferito evitare la ripetizione.

Come evitare la cefalea in vacanza

Come evitare la cefalea in vacanza


Come evitare la terribilissima ‘cefalea’ da ferie che si dice tocchi a molti umani vessati da un attaccamento al ‘lavoro’ che taluni (di solito chi ne è sprovvisto) reputano tipica dei c.d. ‘Work-alcholic’?

A) Con una strategia: non facendo ferie o, ancora meglio, scegliendo un metodo per procurarsi denaro che non sia in nessun caso assimilabile a un lavoro. 

B) Con uno stratagemma: mantenendo un contatto con la propria professione.

C) Con Schopenhauer/un sofisma:

Omne lumen potest extingui;

Intellectus est lumen;

Intellectus potest extingui.

***

Ogni lume può essere spento;

L’intelletto è un lume;

L’intelletto può essere spento. 

Immagina

Immagina

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Immagina di scegliere la meta delle tue vacanze da un portale per turisti un po’ snob. Metti millemila chilometri tra le undici di una domenica sera e le due di un martedì pomeriggio. Infilaci una tappa perché il più vivace del branco possa sgranchirsi le membra. Trova un’alba con tre clochard mummificati dentro a teli di cotone egiziano bianco e verde e lascia correre l’italiano claudicante di un quarantenne infelice (con moglie e figliolino pari requisiti al fianco) che cerca di farti innervosire e – non riuscendoci – sbarella.

Fai un salto a Recanati a non vedere la casa di un poeta, preferendo la mostra sui di lui libri e poi realizza il paradosso nel non riuscire a leggere le illeggibili descrizioni disseminate sul percorso.

Prenota un ristorante che si chiama Borgo Antico e scopri il capolavoro di due sorelle che nemmeno sembrano cugine: sciogliti nella gentilezza, assaggia la cura, gustati le attenzioni e lasciati drogare dalla meraviglia di una cucina che sulla guida Michelin di stelle non ne meriterebbe tre, ma un’intera galassia.

La mattina dopo ripiomba sulla Terra in zona Loreto e al quattro stalle (cit. Sveva Cardinale) San Francesco trova un direttore idiota con direttive a livello che impediscono a te e ai tuoi di fare colazione insieme agli altri. Guarda il buffet della colazione, deprimiti per sei secondi e mezzo e gira un video-monito.

Rimettiti in auto e prendi un’autostrada che non immaginavi potessi finire (mai, e soprattutto non a Bari).

Gioca agli indovinelli, risolvi enigmi e immagina animali da far indovinare al resto della truppa. Cerca di non fartela addosso dal ridere quando scopri che l’asino potrebbe rientrare nella famiglia delle capre e che il furetto non è detto sia un mammifero ma è sicuro che tenga i cuccioli vicino.

Piazzola-piazzola, raggiungi la fine del mondo dell’Adriatica e poi fatti altri duecento e rotti chilometri di statale. Esci prima di Lecce, punta la tangenziale ovest e scapicollati all’uscita 8B.

Fai duecento metri dopo il chilometro quattro della SP 298 e svolta a gomito a destra, imbucando una strada bianca verso una masseria nuova di zecca.

Se ci fosse un cartello (che però non c’è), ci leggeresti “Falcon Home Resort”.

Supera il cancello e lascia che ti cali la mandibola.

Chiudi la bocca, prendi il telefono e chiama mamma per farle sapere che siete arrivati, tutti vivi, tutti sani, tutti salvi.

Vaga per un po’ fra la calce viva, le pietre, i fichi e una piscina naturale scavata nel tufo (che quasi sicuramente non è tufo, ma non conta) e poi incontra l’Architetto.

Ascoltalo parlare, senti i suoi racconti di Shanghai, Bogotà, Ginevra, il Mali e Firenze e, dopo avergli fatto firmare la liberatoria, archivia tutto.

Fatto?

Ecco: hai appena registrato abbastanza corollario per una ventina di opere tra fiction e no.

Il mio ossequio all’Amidani. Or, da oggi, a quattro mani.

Il mio ossequio all’Amidani. Or, da oggi, a quattro mani.

OSSEQUIO lo scrittore fantasma ghostwriter

Il mio ossequio all’Amidani. Or, da oggi, a quattro mani.

(di Anita Madaluni)

in risposta a: “Cara Anita, penna arguta, posso dirti benvenuta?”

 

La mia penna arguta? Più che piumata anche la sua, accipicchia!

Se è vero che il mio orecchio assoluto e relative sinapsi giocano ad acchiappa la talpa (la furia è quella, anche se lei parla di scoiattoli), lo è altrettanto che la Amidani, di noi tutti GhostMother, è (ha) occhio ingordo, vorace, insaziabile.

Legge mentre: parla, discute, cucina, disegna, posta, innaffia. E forse anche nel bel mezzo di una potatura (di giardino, se ne ha uno).

La ascolti scrivere (già…i suoi post raccontano in chiaro le sue pagine narrate in video) e sembra quasi – nel caso specifico, quello che mi riguarda e cita – di assistere a una incursione nella carovana di bestiole in fila per due (col resto di zero) uscenti dalla biblica Arca durante il Diluvio che apportò una prima, non indolore, pulizia di indifferente/differenziata specie. Era Glaciale a parte.

Mi descrive scomodando criceti dei quali lascia, in fondo, intravedere a mala pena batuffoli di coda. Figurarsi, parla proprio lei: “ vi sfido a starle dietro”.

Certo, incontrovertibile è che: tra di noi i ruoli fra predatore e predato, fra cacciatore e cacciato, tantotroppo si intersecano, vorticosamente, rischiando quasi ricamata fusione.

Poche volte, raramente, ho giocato partite che non fossero il solito, triste e solitario squash fra me e il muro del lessico. Un trito rito grammatico. Chi gioca con me?

Volete la verità vera? Quasi mai. Va beh, confesso sotto giuramento: MAI. Gare di codardi fuggi-fuggi popolari e darsela a gambe senza neanche voltarsi.

Mai prima d’ora incontri nei quali la pallina rimbalzasse (ma che dico, piroettasse freneticamente) impazzita e mantenendo diligentemente una regolare traiettoria: mai partite senza un fuori campo, un fuori gioco, un fuori tema, un fuori tutto di fine stagione. Mai un sano, divertente scambio, da una racchetta all’altra, da una rete alla sua dirimpettaia.

Mai senza un (altrui) auto goal.

Colta casualità o predeterminazione? E’ prestissimo detto: non essendoci i tempi aritmeticamente consoni a una azione meditata (quindi potenzialmente dolosa), “buona la prima!”.

Con – se possibile – una “aggravante”: il risultato sempre (e l’avverbio non è figurato) straordinario e in un lasso di tempo realmente, costantemente, senza interruzione di continuità.

Ecco chi è Roberta Giulia Amidani che mi ha inaspettatamente lusingata e immeritatamente recensita.

Legge (procedo nella su iniziata lista) affamata e onnivora ovunque si appostino, pur abilmente ombreggiati, periodi più o meno compiuti. Legge sopra e sotto le tamerici, oltre le nuvole sparse, dietro le siepi. Tra le righe (come pochi/e).

Legge dietro i suoni di una cornetta telefonica, travolta da onde elettromagnetiche (che, protetta, patisco, come sottolinea) al di là di un telefonino. Sui mirti, su le ginestre fulgenti.

Con la stessa leggiadria dannunziana che piove sul pineto.

Legge non soltanto con l’occhio ma con un orecchio apparentemente distante.

Come chi scrive è assillata da un lessico che deve sempre e comunque suonare.

Ha il coraggio di schermirsi per meriti e qualità.

Lei si infatua letterariamente con difficoltà? Figuratevi la sottoscritta con un passato di algida quasi frigida verso l’altrui scrittura. Di quegli antenati di memoria che (anche se per un solo micro nanosecondo) ti fanno sentire in colpa di essere nata sulla tastiera di un pianoforte e con una penna in mano; di aver poi trasferito l’articolazione a martelletto dagli ottantotto tasti bianchi e neri a quelli – mai contati – di una Olivetti elettronica; e, in successione, i tecnologicamente modificati di un pc.

E ancora, di rimbalzo, sulla accennata velocità, non c’è storia e nemmeno gara. Ovvio che Roberta Giulia fiuta, sin dal rombo del motore, una fiammante spider. Ne guida una da sempre, senza casco, dentro e fuori circuito! E pur sempre in pista. Sul pezzo. Nella cronaca. In pagina. Sopra tutto. Tutto il resto sotto. O dietro a debita distanza.

Il bolide sportivo al volante della sua testa può travolgere ignari o impreparati passanti.

Quando ci si invaghisce la cotta è a rischio di bruciatura: la paglia prende fuoco, una botta e via.

Se però la scintilla scocca tra filari di inchiostro, e non durante erotici amplessi, l’approccio può essere ancor più straordinariamente pericoloso.

Qualora poi quel lenzuolo fosse l’albino copricapo di un fantasma, state pur certi che se proprio di rischio volessimo parlare sarebbe quello di finire sull’altare del libro. Finché esaurimento scorte non ci separi.

AMIDANI MADALUNI 2

P.S.

Il magma è prematuro perché, a oggi, una colata fondente di noi tutti lapilli (compresi gli altri cinque) non si è ancora sciolta ad altissime temperature e solo per mancanza di lava condivisa.

Sopito e ancora dormiente, il cuore del vulcano (di idee, forme e contenuti – reali seppur fantasma –) è solo in attesa della prossima ispirata eruzione. Che ci liquefaccia, finalmente, tutti insieme appassionatamente. Tutti e sette nella sua bocca fumante.

 

                                                                              Anita Madaluni


CREDIT(s):

  • Chi scrive: Anita Madaluni
  • Perché scrive: per rispondere  all’Amidani
  • Come scrive: machédavero  non lo vedi?
  • Immagine “Ossequio”: Google + Photoshop
  • Immagine “A quattro mani”: interpretazione libera e non autorizzata sulla copertina di Paco Ignacio Taibo, autore di (ma tu pensa!) “A quattro mani”.
La felicità è un picco, la serendipità un pacco.

La felicità è un picco, la serendipità un pacco.

1 nave coccole risate

Non è una linea la felicità, non sulla mia iSola (con la S maiuscola), non nel mio arcipelago.

È un picco. Un salto verso l’alto, lo zompo di un battito allegro e schioppettante.

È una connessione inaspettata.

Un effetto gradevole percepito come gradito.

È un suono.

Uno sguish che fa salire: ormoni e organi.

Un Tin che incrementa pulsioni e produttività.

Un Oppalà che allarga gli orizzonti e scalda i confini e sbrandella i muri.

Uno Zac che squarcia i cellophane delle confezioni protette.


Ha senso? A volte sì, altre no, ma sempre: chissenefrega.

Basta ci sia, e che arrivi e sparisca o venga e stia, di nuovo, non conta.


Da dove venga, del resto, è un altro mistero: fenomeni uguali, in momenti/posti diversi si manifestano con effetti nemmeno paragonabili.

La colpa e il merito stanno nel numero. Nel numero?

Cinquanta trilioni di cellule, e tutte senzienti, e tutte in fermento, che nascono, crescono, scelgono una forma e uno scopo, poi a volte lo mutano e muoiono.

Ma mai per davvero.


La felicità è un picco e la serendipità (*1) un pacco, che però va aperto.

Note

*1 )

La parola (*2) arriva da un certo Horace Walpole che nel 1754 la coniò prendendo spunto dai racconti dei principi di Serendippo (antico nome persiano dello Srilanka) per spiegare la capacità di fare scoperte per caso e/o di trovare qualcosa che nemmeno si stava cercando.

*2)

Avendo quasi tre secoli, con un’approssimazione del 15%, non uso il termine neologismo.

Cara Anita, penna arguta, posso dirti ‘benvenuta’?

Cara Anita, penna arguta, posso dirti ‘benvenuta’?

ANITA E ROBERTA

Madaluni scrive:

«Due penne piumate e un occhio rapace

su di un lessico/abito dallo scollo sì audace.

Che siate virtuali e pure lontani

di bella, armoniosa scrittura perfetta

perbene imbastita da penna Amidani

mai non esitate a farne un’incetta!»

Amidani risponde:

«Dirondero dirondello
Il fantasma nel castello
Di lettori ne ha un milione
La fattura è rilevante
E il successo straripante
Tra pennuti e faraone
C’è da perderci il melone
Dirondero dirondello
Sotto il velo è proprio bello!
Cara Anita, penna arguta,
Posso dirti benvenuta?»

Madaluni scrive:

Toc toc, buondì.
Ti allego un (micro) esempio di mio lavoro: ritocco testuale (ma solo del programma di sala) con  annessa organizzazione-evento. Mi ci è voluta qualche mezz’ora  perché le qui presenti cartelle sono un delirio (pensare che ERO della Vergine!)  e, per evitare una jumbo mail, ho dovuto drasticamente falcidiare la photogallery di questa presentazione a Palazzo […].

[…]

Qui, nella fattispecie, trattasi di…lo evincerai da te stessa medesima.
L’accenno di materiale che ti accludo è…diciamo micro briciole rimaste sul tavolo prima di sparecchiare. Ricordo soltanto che quel giorno Roma annaspava, seminaufraga, sotto le cascate del Niagara e in giro c’era  pure Obama. Ciò nonostante gli ospiti […] hanno fatto a gara per tuffarsi sull’asfalto e raggiungerci “a remi”.

Adesso, nel frattempo, finisco un’intervista e rispondo alla tua ultima e-mail.
Poscia, torno nei paraggi.
Anzi, dato oramai lo step avanzato, perché – volendo/potendo – non combiniamo un orario  e un giorno per skypare? Mi accingo a replicarti l’invio del contatto. Questa sera?  Let me k.
Per adesso mi ghostizzo.

Madaluni scrive:

«Altra fatica MOSTRUOOOOSA!

Non tanto la prefazione (allegata) ma tutto ciò che ruotò attorno a quell’evento; tre mesi di fame, insonnia, impegno h24. Dalla pianificazione delle manifestazioni pubbliche – con annessi appuntamenti istituzionali – al loro concretizzarsi; dalle interviste/uscite stampa  (italiana ed estera) alla presenza in trasmissioni radio e tv; dalla stesura dello script per un docu-film al libro “Diari Paralleli” (di cui ti accludo il prologo). Su tutto l’assistenza a Emile (Griffith, Emilio come lo chiamava Nino), nostra personale affiancata da quella di un pranoterapeuta che lo tenesse in piedi nell’estenuante peregrinare per l’Italia.

Risultato? strepitoso! Vita e salute (mia)? Polverizzate!»

Amidani apre l’allegato, visita i link, legge e gongola:

“Come si snodano le giornate di un uomo che ha avuto più di tutto e ora rischia di naufragare nell’oltre nulla?” E, ancora: “Naufragare nell’oltre nulla” e “Compressa come il nostro muscolo cardiaco, fino alla fitta” – scrive Anita, parlando di una vita in trenta metri quadri.

Quando parla con me, al telefono, la signora Madaluni, di nome Anita (di fatto acrobata accolta e già adorata), usa sempre gli auricolari, per ‘proteggersi’, ammette. La sua voce saltella da un accento all’altro, su e giù per lo stivale, qua e là in rima. Ha occhi grandi, lei, di quelli che ti scardinano le serrature e ti spalancano per intero. Senza tende. Ha criceti veloci, tra un orecchio e l’altro. Rapaci. Più che criceti, direi che Anita ha scoiattoli volanti al posto dei pensieri. I miei porcellini d’india faticano a stare al passo, o al ramo.

È veloce. Più veloce di qualunque altra donna io abbia incontrato.

Sì. Pure più di me, ‘ché lo so che ve lo state chiedendo.

Sotto il lenzuolo, del resto, non ho bisogno di comfort. Non cerco il podio, nella gang, ma il non plus ultra. Con me, voglio gente migliore di me. Da quando ho mollato gli ormeggi (e spento i fari) per scegliere di navigare nell’ombra, ho sempre sognato una ciurma di capitani, un mini esercito di super-eroi dai quali imparare e con i quali ridere solcando acque inesplorate.

Piano piano, una bufera dopo l’altra, il vascello che a un certo punto ho creduto pura utopia, sta prendendo forma e punta al largo.

Sul ponte di questo 2016, con me, c’è Ferdinando D’agostino, poeta barbuto, asso dei social network umanizzati, Luca Secci, fantasma del palcoscenico e spettro cazzaro del migliore cabaret, Gianluca Amato, fanta-filosofo Nolano, mimetico più di un camaleonte scontornato, Tagliente Secondo, ectoplasma Elbano (che in estate s’inabissa in un teatro). Giugno e Zuckerberg mi hanno portato Anita Madaluni, tanto eclettica da sfuggire all’etichettatrice, da mangiarsela, l’etichettatrice, in un solo, raffinatissimo boccone.

Gianluca è salito dal mare con un account email creato all’uopo con il primo anniversario del rogo di Filippo Bruno, noto ai più come Giordano.

Luca Jack Secci è fa il ghostscreen-writer: la sua forza (e croce) sono le sceneggiature.

Ferdinando e Tagliente sono filtrati attraverso le maglie dell’etere.

Anita è arrivata cantando: musicista, doppiatrice, formidabile orecchio, per lei l’universo non ha parole, non è parole, ma matematica e musica.

Tagliente Secondo scrive di ingegneria informatica con il piglio di un nerd. Di economia e finanza con il timbro di un broker. Di pathos con quello di un futurista. Ordisce trame da togliere il fiato. Racconta la natura, dipingendola all’acquerello. Lucida la routine con il gergo dell’autore e del lettore per il quale mi aiuta a scrivere.

Ferdinando, che io non saluto mai per nome, ma chiamandolo Scrittore, è uno degli ultimi veri romantici: che scriva parlando di morte oppure di cifre, la sua penna sanguina e il suo lettore si scioglie.

Luca è entrato come un tornado. Le nostre conversazioni sono gag. Le nostre gag diventano monologhi.

Gianluca arriva dove io nemmeno immagino si possa: i suoi pezzi non si integrano ai miei (che a loro volta devono fondersi con l’animo di chi ci paga), ma sembrano nascere dallo stesso inchiostro, uscire dalle medesime dita.

Salto al volo, mio malgrado (e forse pure suo), Andrea il Mino Minoni, penna suprema in un physique du rôle pari requisiti e se lo salto è perché al momento scrive (cose varie: idee, piani marketing e commerciali, post, letterine, ecc. ecc.) a tempo pieno per un’azienda del suo segmento preferito.

Anita prende i miei scarabocchi e li trasforma in capolavori. Di più: mi s’infila tra le sinapsi come un seme (che chiaramente non merito) e poi germoglia.

Parla, scrive, doppia, inventa, cuce, manteca e sublima non come una scrittrice, ma come una chimica. O un alchimista, per i nostalgici.

La sua è una scienza che cresce in un laboratorio istintivo, regolato dal buon senso e reso piacevole dall’arguzia e io, che ora scrivo questo pezzo dal mio giardino, mentre piove e si respira, pensando alla rotta, alle mappe e ai viaggi che ci aspettano, sono felice.

loscrittorefantasma gruppo

 

Faccio presente che noi Snob siamo pressoché l’ultimo tipo rimasto di sfigato monomaniaco veramente elitario.

Faccio presente che noi Snob siamo pressoché l’ultimo tipo rimasto di sfigato monomaniaco veramente elitario.

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Ellis versus Wallace

David Foster Wallace si impicca nel 2008.  Il 12 settembre. A 46 anni. Quattro anni dopo il suo funerale, il pennino di America Psycho, lo chiama ‘impostore’.

Bret Easton Ellis odia Wallace da un pezzo e non vede l’ora di farlo sapere al mondo. Sceglie Twitter, per quello che pensa come epitaffio e gli si rivolta contro come un boomerang fatto dello stesso acciaio di una katana koto.

«DFW is the best example of a contemporary male writer lusting for a kind of awful greatness that he simply wasn’t able to achieve. A fraud.»

«Foster Wallace è il migliore esempio di scrittore contemporaneo che sbava per raggiungere il tipo di disgustosa grandezza che non è mai riuscito a conseguire. Un impostore», sbraita, in 139 caratteri (sì, li ho contati).

Sceglie ‘fraud’, dal latino FRAUDEM: frode, truffa, imbroglio.

Ellis va avanti e definisce i lettori di Wallace ‘sciocchi’: «Una generazione che legge i suoi libri solo per sentirsi più intelligente». «Chiunque giudichi Foster Wallace un genio letterario dovrebbe essere incluso nel Pantheon degli imbecilli».

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Perché? Perché lo fa? In “Every Love Story Is a Ghost Story: A Life of David Foster Wallace”, D.T. Max, biografo ufficiale di Wallace, dà la colpa a “La ragazza con i capelli strani”, pubblicato nel 1989: secondo Max (ma soprattutto Ellis), Wallace si sarebbe ispirato a Meno di Zero di Bret Easton Ellis, del 1985. Wallace ha sempre sostenuto di non averlo letto. E di saperne “Less than zero”.

Ellis non gli crede. Non se la beve. Dice che è suo, che arriva da lui. Che Wallace è un imbroglione. Wallace, da dove sta adesso, non può rispondere, ma ho la pretesa di credere che pure se potesse se ne sbatterebbe comunque, preferendo concentrarsi sull’ultimo Miracle Blade o su una qualsiasi altra televendita.

Ora, chi ha la sfiga (che ‘vocazione’ mi fa ridere) di scrivere per mestiere e di camparci, sa – o dovrebbe sapere – come non si scriva mai nulla di nuovo.

Il top della gamma dell’originalità consentita ai mortali, a quelli terrestri, a quelli che conosco – o credo di conoscere – io è una minestra fatta con gli avanzi neurali di ciò che la penna ha visto, letto, sentito, immaginato, creduto di pensare nel corso della sua esistenza.

Finnegans wake a parte, chiaro (anche nella parodia di Eco, “Diario Minimo“).

La minestra può essere buona, fresca, fare bene. Oppure rancida. Un sacco di minestre fanno schifo. Il gusto della minestra dipende da un sacco di cose: da cosa contiene, da chi la cucina, da chi e come la serve. Da come sta chi la mangia. Dal palato di chi affonda il cucchiaio e assaggia.

A questo proposito, tornando sulla mia recensione di “Quando cadono le stelle”, di Gianpaolo Serino (“Io, Serino lo odio“), e su un dialogo virtuale recente, nonché su un altro di vecchia data con lo scrittore Daniele Barbone, torno a parlare di lingua.

Per farlo, rubo a quello che Ellis chiama ladro usando la parola ‘fraud’.

Da “Autorità e uso della lingua”, di David Foster Wallace, in “Considera l’aragosta”

(Piccoli Murakami crescono)

“Da un certo punto di vista, la pubblicazione di qualsiasi nuovo libro ben fatto sull’uso dell’americano è sempre accompagnata da una certa ironia. E cioè che persone che si interesseranno a questo libro sono anche quelle che ne hanno meno bisogno – offrire consigli sulle finezze dell’inglese statunitense è come predicare ai convertiti. Nello specifico i convertiti comprendono quella piccola percentuale di cittadini americani che si preoccupano sinceramente delle condizioni attuali dei doppi modali e dei verbi ergativi.

Lo stesso tipo di persone che hanno seguito the Story of English sulla Pbs (due volte) e che ogni domenica con il loro mezzo decaffeinato leggono la rubrica di Safire. Il tipo di persone che provano quel particolare misto fra un sussulto di disperazione e un sogghigno di superiorità quando leggono CORSIA VELOCE-MAX10 PEZZI o sentono dialogo usato come verbo o si rendono conto che i fondatori della catena di motel Super 8 senza dubbio ignoravano il significato della parola suppurate. Ci sono molti epiteti per persone del genere: Nazisti della grammatica, Maniaci dell’uso, Snob della sintassi, il Battaglione della grammatica, la Polizia linguistica. Il termine con cui sono stato cresciuto io è Snob. La parola è forse leggermente autoironica, ma gli altri termini sono disfemismi belli e buoni.

Una definizione ampia di Snob potrebbe essere una persona che sa cosa significa disfemismo e cui non dispiace farvelo capire.

“Faccio presente che noi Snob siamo pressoché l’ultimo tipo rimasto di sfigato monomaniaco veramente elitario.”

Senza dubbio sapreste che la lessicografia ha un ventre molle se leggeste i diversi saggi introduttivi dei moderni dizionari […]. Ma non capita quasi mai che qualcuno si prenda il disturbo di leggere queste piccole introduzioni, e non solo perché sono stampate in corpo sei o perché in genere non è comodissimo tenersi un dizionario sulle gambe. È perché queste introduzioni in realtà non sono scritte né per me né per voi né per il comune cittadino che si rivolge al Dizionario solo per vedere come si scrive (per esempio) meringue. Sono scritte per altri lessicografici e critici; e in realtà non sono introduttive per niente, ma polemiche. Sono scariche a salve nelle Guerre dell’uso, scoppiate quando nel Webster’s Third il curatore Philip Gove cercò per la prima volta di applicare i principi laici della linguistica strutturale alla lessicografia.”

Per DFW, il fu Edwin Newman è il più pacato e meno emorroidale degli Snob popolari. E la condiscendenza di Fowler è quasi himalayana.

Teniamo a mente che la lingua non è nata perché i nostri pelosi antenati se ne stavano seduti nel veldt senza niente di meglio da fare. La lingua è stata inventata per servire certi scopi specifici: «Se batti insieme queste due pietre puoi accendere un fuoco»; «Questo riparo è mio!» e così via.

È evidente che, poiché le comunità linguistiche si evolvono nel corso del tempo, esse scoprono che certi modi di usare la lingua sono migliori di altri- non migliori a priori, ma migliori relativamente agli scopi della comunità.

Se partiamo dal presupposto che uno di questi scopi sia comunicare quali tipi di cibi si possono mangiare e quali no, allora possiamo intuire come, per esempio, un modificatore messo nel posto sbagliato potrebbe violare una norma importante: «Chi mangia quel tipo di fungo spesso si ammala» confonde il destinatario del messaggio, che non capirà se rischia di ammalarsi solo mangiando il fungo spesso o se avrà una buona probabilità di ammalarsi sin dalla prima volta che lo mangia. In altre parole, una comunità fungifaga avrà degli interessi pratici specifici nell’escludere dall’uso accettabile della lingua questo genere di errore nella posizione dei modificatori.

La lingua è stata inventata per servire certi scopi specifici – dice lui, nato, cresciuto e morto sull’Olimpo della parola scritta. Ripetiamo insieme:

La lingua è stata inventata per servire certi scopi specifici.

Ancora: per servire certi scopi specifici.

In altre parole: la lingua serve. Si adatta, si piega; all’occorrenza si prostra, da brava Isaora. Funziona solo se funziona. Se l’emittente emette per far sì che il ricevente riceva. Se il ricevente riceve ciò che ha bisogno di ricevere. Se parlo con un diciassettenne come farei con un avvocato ottuagenario, il diciassettenne non mi si fila. Se Siri mi parla in codice binario, io la spengo. Se mando un WhatsApp a mio nipote di anni ventidue, non devo usare sei schermate dell’iPhone, ma un tweet.

Se voglio farmi capire, devo prima aver capito da chi.

Ecco perché va bene tutto. Anche una mitragliata di puntini di sospensione, una faccina, una doppia spunta blu senza risposta, uno o mille refusi programmati, un congiuntivo saltato e tutte le parolacce che servono.

E, ancora, ecco perché Serino è un idolo, come il Picasso che schiaffa in spiaggia, come la K puntata che mette sullo sgabello di un bordello (dironderodirondello), come le anatre di Salinger ricordate in Normandia. Serino è un idolo non solo perché la sua minestra è una delizia perché lui è bravo da far schifo (e invidia, pure), ma perché va preso come modello. Va studiato. Serino non va letto: va RILETTO. E mandato a memoria. Oggi. Perché domani potrebbe essere troppo tardi.