L’ammazza-cani

 

In memoria di Orso, il Labrador ucciso dalla stricnina

 

Non deve essere stato facile vivere nel tuo corpo, con la tua testa e tutti quei mostri che ci bivaccano dentro e ti urlano dalla mattina alla sera e ti fanno venire voglia di gridare ma non puoi, eh no, non puoi nemmeno gridare perché se gridassi lo vedrebbero tutti chi sei e cosa hai dentro, allora devi comportarti bene, devi fare finta, e buongiorno e buona sera e pota come ala, e mia mal, faga chi, l’è isè, avanti e endrè.

Devi nasconderti, nascondere il mostro, il demone, la feccia della feccia dell’umanità che nemmeno sai cosa sia e dove abiti.

È tutta la vita che fingi di essere come il resto del paese, come il resto della città anche se la città è lontana e tu non ce l’hai mica avuta l’occasione di vederla o non abbastanza e per quel poco che hai visto ti fa schifo comunque come ti fa schifo anche il paese, il paese e la chiesa e il parroco e le pizzerie e i bar e la farmacia e i parchi, le panchine, i fiori sui balconi, le feste in piazza, la seggiovia e quelle merde di persone con i loro cani merdosi che trattano come cristiani come nessuno ha mai trattato te e sorridono ma che tu lo sai che fanno finta e anche quelli che non fanno finta ti fanno schifo lo stesso anzi di più che non se lo meritano, che se sono felici, o quasi felici, è perché sono venuti su con il culo nel burro e quando vieni su col culo nel burro è in discesa, altroché se è in discesa, e invece no, invece niente, per te non c’è n’è mai stata mezza di discesa solo puzza e sudore e piedi gonfi e calli e male, male dentro, male alla testa con tutto quello che c’è dentro e pulsa e grida e allora tu per farla stare zitta cinque minuti cinque pensi di fare qualcosa di brutto a una di queste persone false che sorridono sempre, qualcosa di sporco, di forte come è forte il rimbombo che parte dentro al cervello e arriva fino alla gola e te la stringe e poi giù fino alla pancia a prenderti a calci lo stomaco, ma lo sai che se ti vedono poi, poi capiscono, e se capiscono vengono a prenderti e ti portano in uno di quei posti con le sbarre e i materassi sulle pareti e finisci per pisciarti addosso e tu non vuoi allora decidi che è meglio non toccare le persone che sorridono e punti ai cani, ai loro cani pieni di pulci e zecche che le persone se li tengono in casa sopra ai divani di pelle e ai letti imbottiti come nelle réclame dell’IKEA e trovi il veleno più forte quello più cattivo e ci fai le polpette te le metti in tasca e vai a nasconderle in mezzo all’erba, là dove i cani fanno a cagare e a pisciare con i loro padroni che sorridono, sorridono, sorridono, finché i cani iniziano a tremare e a sputare bava e allora non sorridono più così tu stai meglio anche se non sorridi perché non puoi, guai a sorridere o ti scoprirebbero, e poi passi di là, per fare un giro, e senti che piangono, le persone piangono e tu dici qualcosa, perché è meglio, e ripeti quello che dicono tutti, che anche a te o a tuo zio o a tuo nonno è morto un cane avvelenato o un gatto e senti che le persone del cane che hai ammazzato sono andate dai carabinieri e ti viene da ridere poi vai via con il mento basso che sembri quasi triste per davvero ma invece ridi, dentro, insieme ai mostri che hai nel cervello.

 


Ho scritto questa storia per un Labrador color cioccolato che si chiamava Orso, per lui e per chi viveva con lui, felice di averlo intorno in un comune montano di un migliaio di anime in cui io vado due tre volte l’anno.

Il comune è quello di Collio Valtrompia, in provincia di Brescia, a pochi chilometri dalla città ed è un posto bellissimo nel quale ho imparato a sciare e al quale torno (meno di quanto vorrei) per mangiare in uno dei migliori ristoranti della Lombardia, pascolare il mio lupo, scrivere senza interruzioni.

L’ho scritta per chi lo odiava così tanto da arrivare ad avvelenarlo con la stricnina e anche per chi non l’ha ucciso, pur detestandolo, pur maledicendolo giorno sì e giorno pure perché era un cane, un cane trattato bene, troppo bene per essere un cane. Dopo Orso, altri cani sono morti. Sei, forse sette nei giorni seguenti. Le forze dell’ordine sono state allertate da una denuncia contro ignoti. Oltre alla mia, ne hanno parlato diverse penne, e la storia è arrivata sul Giornale di Brescia.

Speriamo serva se non altro, a tenere gli occhi aperti.

 

 

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