Prendi una domenica di fine agosto, mettici sopra, alla tua sinistra, verso sud, un cielo plumbeo come gli occhi di una mosca e minaccioso come quelli di un puma (affamato), e sotto, sotto al cielo, mettici, oltre a te, un aitante ragazzone di otto anni (che si dà il caso sia tuo figlio) e un’amica fantastica. Immagina di sapere che, a meno di un’ora di strada da te, ci sia un micro-lago di montagna famoso in mezz’Europa per le sue acque verde smeraldo o azzurro Seychelles. Fai otto panini, di cui almeno tre senza pomodoro, prendi un po’ d’acqua, due- tre succhi e un pareo con i pesciolini per improvvisare un picnic sulle rive del lago.
T’infili in auto, guidi per poco più di un’ora su una strada progettata per i motociclisti suicidi e ti godi il viaggio. Il viaggio, che chi non ha figli può permettersi di giudicare più bello della meta, per chi ne ha, inizia 5 minuti dopo il garage, al suono di un bel “quantomancaaaa?” e prosegue con l’eco ogni tre per due, per lo meno fino all’inizio del gioco delle parole concatenate. Uno parte e dice Aquila, il secondo ripete “Aquila” e poi aggiunge “Bertuccia”. Il terzo s’inserisce con “aquila-bertuccia-cinciallegra”. E così via, fino al successivo “quantomancaaaa”.
Sei o settemila quantomancaaaa dopo, arrivi su quella che scegli come la tua curva, parcheggi, illudendoti di essere sufficientemente contro la roccia per non stare in mezzo ai piedi e – a questo punto – ti avventuri oltre al guardrail e scendi, finalmente a lago. Nel frattempo, pur avendo fatto colazione da meno di due ore, hai più fame di un lupo mannaro allevato da un macrobiotico emofiliaco e – avvistato un tavolino- ti ci fiondi per srotolare il ben di dio del tuo pranzo al sacco, o meglio, al cestino. Distribuisci i pani e i pesci e stai per addentare il primo, quando dalla regia, il capo ti dice che preferirebbe spostarsi. Così rimpacchetti tutto e segui il trotterellio fino a un mucchietto di sassi che lui, il regista, giudica idonei al picnic. Risrotoli, riapparecchi su una pendenza da cordata e -finalmente, ma certo non prima aver distribuito il paninume- ti nutri. Il tuo super panino con ciabatta del day before, pancetta e mozzarella, è ancora a metà strada tra la trachea e l’esofago, indeciso se soffocarti o sfamarti, quando l’aitante ragazzone decide di voler fare il bagno.
Tieni conto che, per non ibernare te medesima e la tua truppa, hai infilato più o meno tutto quel poco che ti eri portata in vacanza. E che tu, quest’anno, la vacanza l’hai fatta al lago.
Considera che dal lago di partenza a quello di arrivo sballano una decina (abbondante) di gradi e che anche con tre magliette, una felpa e una sciarpa addosso, tu, comunque, stai gelando.
Quindi ti tocca trovare (velocemente) una dozzina di alternative che facciano passare in secondo piano l’idea suicida del regista di farsi una nuotata.
Giri la testa e vedi, al largo, una simpatica vecchina che va di pagaiate su una piccola e caratteristica barca a remi.
“Voilà!” – ti dici e subito spieghi: “noleggiamo una barca e facciamo il giro del lago”.
La tua truppa approva e rinfagottati i residui del picnic, ti segue -saltellante e festosa- verso la nano-banchina del noleggio.
Quando arrivi, fai in tempo a notare la vecchina di poco prima (tonica ma ottuagenaria) balzare giù dalla barchetta con la leggiadria di Carla Fracci dei tempi d’oro.
Tu non sai remare. Non ci hai mai nemmeno provato, ma se ce la fa lei, ti dici, figuriamoci io. Vista così, ti convinci, sembra facile.
Presi accordi con gli autoctoni, issi il tuo ragazzone sulla barca, ti ci cali tu e porgi il braccio all’amica perché vi raggiunga.
La barca, da poppa a prora, è più o meno lunga come te sdraiata. Con i piedi a martello e la testa intartarugata nel collo. Più che un natante, assomiglia al guscio di noce del Nutcracker. Solo meno solida e rassicurante; alla domanda “sicuro che regga”, il marcantonio che te l’ha appena affittata, risponde: “Seguro” e tu, almeno per ora, gli concedi il beneficio del dubbio.
Nel frattempo, il cielo azzurrissimo comincia a scurirsi. Il vento si alza e ti pare perfino di vedere qualche onda. E forse, ma in lontananza, la pinna caudale di un pesce siluro. O forse di Nessy, il mostro di Lochness.
Fingendo indifferenza, ma intercettando il tuo sopracciglio perplesso, la tua amica interpella uno dei noleggiatori, quello con l’espressione da Giuliacci, e chiede: “Ma il tempo regge?”
“Una ora, una ora e un quarto. Poi piove, poi pericolo”.
(Rassicurante).
Ai remi, manco a dirlo, si mette il regista.
Siete a bordo. Tocca andare.
Il regista smanetta con due remi più lunghi dell’intera barca e più pesanti di due tronchi di baobab: spinge, tira, affonda, suda, sbuffa e solleva e, dieci minuti più tardi, ti guarda e dice:”fai tu, va’ là”.
Tu, aggraziata come un’ippopotama zoppa, ti sposti da poppa verso il seggiolino di mezzo (tre centimetri più in là), lui sguscia al tuo posto e comincia lo spettacolo.
I remi, tanto per non facilitare troppo la menata, stanno in due supporti molli e ogni mezzo minuto, dai supporti e dai relativi dadi sbullonati, scivolano fuori, costringendo te a rinfilarceli.
Stai facendo più fatica del previsto. Molta, moltissima più fatica.
Eppure lei, la Strega di Biancaneve, ti dici, sull’acqua volava più veloce di Sanpei e non sembrava certo te, che pari un mantice da quanto ansimi. Nell’ansimare, per giunta, non puoi nemmeno aprire la bocca, o rischieresti di farti scappare un bastimento di parolacce (poco opportune per la crescita del pargolo. O la sua educazione).
Annaspi un po’, provi a spingere, poi molli, tenti l’affondo, ti cimenti con l’appoggio, poi ricominci e – venti minuti dopo- finalmente, sei riuscita a portare il guscio di noce e le tue noccioline (che nel frattempo ti filmano e se la ridono) nel mezzo del lago.
Basta che tu ti distragga un istante e giri su te stessa. O rischi di perdere un remo. O di capovolgere il natante. O di tirar giù una dozzina di santi dal calendario gregoriano. Chi dice che la coordinazione del movimento sia il segreto della ginnastica ritmica, non ha mai preso in mano un remo. E certo non due.
Da riva, sul molo, nel frattempo s’è fatta una discreta folla. Qualcuno, lo sai, sta già caricando il video su youtube. Il noleggiatore capo (sant’uomo), ti urla qualche dritta. Tu provi ad ascoltarlo, cerchi con tutta la (poca, pochissima) forza che t’è rimasta di ritornare a riva.
“Facciamo come Pi, mamma, come la vita di Pi”.
“Sì, tre naufraghi” – rincara la dose l’amica.
Alla fine c’è la fai, ad avvicinarti a riva, verso il molo. E allora, per non schiantarti contro i tre optimist e i due catamarani, ti alzi e, remo in mano e ginocchia molli, diventi Caronte e traghetti i tuoi fino alla mano amica del noleggiatore.
Sei arrivata. La truppa è salva. E tutto sommato asciutta.
Del resto, come dice Gabriel, il gestore del molo: “siembra facile”.