Una volta non c’erano.

Una volta non c’erano.

Non c’erano cellulari. C’era solo il telefono.

Quando ero piccola io (piccola piccola, intendo), se qualcuno voleva parlarmi, magari provare a invitarmi fuori, per un cinema, due passi, un gelato e magari pure un limone, non si sa mai, doveva comporre il prefisso della città in cui risiedevo, farlo seguire da altri sette numeri, fare un respiro profondo e affrontare la mia genitrice.

“Pronto buongiorno sono Roberta c’è Filippo per cortesia?”

“… Filippo? Vuoi Roberta? …

“Sì, mi scusi, io, eh, sono Filippo, in effetti è Roberta che vorrei. Cioè. Non è che la voglio. Più che altro. Insomma. Le vorrei parlare. Se c’è almeno. C’è, per caso?”

“… Tranquillo, avevo capito. Non so se è in casa, stai lì un attimo che guardo.”

La mamma guardava, o meglio, urlava il mio nome e io scendevo le scale, o dagli alberi e correvo al telefono.

“Ciao.”

“..Ehm ciao Robi come..”

“Stai lì che vado in studio”

E correvo di là, verso lo studio in cerca di privacy, urlando, dieci secondi dopo: “mammaaa metti giù”

Solo una volta certa che lei non fosse – per caso, ovviamente – rimasta dall’altro lato della cornetta, iniziavo a parlare con Filippo, o Pietro, o Andrea.

Quando ero piccola io c’era solo il telefono, internet non esisteva e continuò a non esistere fino alla mia quarta liceo, con l’arrivo delle email e dei primi rumorossissimi router. Mandare un’email era un casino pazzesco, allora. E per quanto sembri assurdo a te che mi leggi e che magari sei nato dopo gli anni novanta, in quegli anni lì, si scriveva un sacco. A chili. Non c’era WhatsApp. Non c’era Skype. Non esisteva Google, Facebook, Twitter. C’era un solo numero e quel numero rispondeva a un indirizzo fisico, niente affatto virtuale, e con dentro delle persone (tendenzialmente anzianotte e diffidenti come solo un genitore pare al proprio figlio) che potevano anche decidere di non passartela, la loro bambina, e di dirti che no, non era in casa.

Oggi no. Oggi, che siamo più connessi degli alberi su Pandora, se ti si sputtana l’Iphone, sei tagliato fuori. Anche se hai un Ipad e un pc con te. Anche se hai il Cube della Tre (quello che attacchi dove vuoi e dovunque tu sia, sai che non funzionerà come vorresti) e hai Skype su almeno due device funzionanti e carichi.

Oggi, se il tuo cellulare cade in una pozzanghera e lo schermo diventa nero e non riesci nemmeno più a spegnerlo, a resettarlo e soprattutto a far cessare quella diavolo di canzone di Tom Jones (And I who am nothing) che gira in loop per ore ed ore ed ore senza smettere mai, e pensi che la batteria prima o poi mollerà e almeno T.J. starà zitto, beh, allora, ti tocca chiudere tutto. Far finta che non ti manchi l’aria. Far finta che i tuoi clienti ti possano comunque scrivere, e che lo faranno, e che immagineranno che se non rispondi ai loro whatsapp non è perché stai sotto una palma, mojto in una mano e crema solare nell’altra, ma che magari il tuo telefono non funziona.

E poi ti dici “certo, come no? Se chiamano e vedo che non rispondo ma trovano il telefono acceso, magari pensano che sia impegnata o già in vacanza”.

E se poi ti sposti dalla cartella CLIENTI e vai su quella PERSONAL e pensi che potrebbe (magari, chissà) esserci pure qualcun altro in cerca di te, qualcuno che magari solo ora o solo oggi ha deciso di chiamarti, di scriverti, di farti sapere che c’è, beh, allora, allora ti viene voglia di chiudere la casa al lago e fiondarti nel centro riparazioni di Orio al Serio (dove dicono ci sia uno stregone della Apple) oppure no, oppure peggio, ti viene quasi voglia di andare in un negozio e comprarne uno nuovo, uno nuovo di zecca e infilare la tua SIM subito, al volo, senza aspettare il preventivo della possibile (ma davvero improbabile) riparazione, solo per sapere se quella persona che forse proprio adesso, o cinque minuti fa, ha deciso di chiamarti o di scriverti.

Ma no, in fondo no, anche se ti viene voglia non lo fai, che non cambia nulla.

Che sai che se qualcuno ha voglia di cercarti, ti trova. A prescindere da tutto. Perfino da quello che dici, e che scrivi. E che hai detto, e hai fatto. 

E in fondo, forse, sai anche che non tutti i mali vengono per nuocere e in questo assordante silenzio, iniziato per altro ben prima del tonfo nella pozzanghera, hai una possibilità davvero straordinaria: prenderti cura di chi ha bisogno – più che mai – di te intorno e finire anche i tuoi compiti, un giorno prima della consegna.

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