5 Cose da non fare quando partecipi a un corso di formazione (più una)

“Il pericolo non deriva da ciò che non conosciamo, ma da ciò che crediamo di conoscere.”

(Mark Twain)

“Anyone who has never made a mistake has never tried anything new.”

(Albert Einstein)

Immagina di partecipare a un corso di formazione. Immagina che il corso sia uno di quelli che provano a darti una mano per migliorare te stesso, con due/tre relatori più o meno noti e un sacco di gente motivata e pronta al cambiamento. Ora, a prescindere dal prezzo pagato per la partecipazione e dal motivo che ti ha spinto all’iscrizione, ci sono alcune cose che devi sapere per fare in modo che le tre o sei o dieci ore di corso non siano tempo sprecato.

1) Se il corso inizia alle otto del mattino e tu arrivi alle otto e trenta, non hai capito una fava. Ogni giornata o pomeriggio o serata di formazione, prima di provare a ribaltarti come un calzino e a toglierti quelle due-tremila abitudini che ti ostacolano, o di raccontarti delle storie che potresti provare a replicare, sappilo, è un’occasione d’incontro, un modo per dire “ciao piacere” a un bel po’ di persone che potrebbero insegnarti qualcosa, darti quello che cerchi, diventare nuovi clienti o fornitori e persino amici. Se arrivi tardi (o non abbastanza presto), stai buttando nel ces (tino) un’opportunità che non è detto si ripeta a pranzo, o al coffee break o al ritiro dell’attestato.

2) Se il corso è iniziato, tu non ti chiami Marchionne, tua moglie non sta per partorire (e se sta per partorire, chiediti perché non sei vicino a lei) e non hai ancora spento il telefono, e lo guardi ogni tre per due, hai dei problemi. Ed è meglio tu ne prenda atto.

3) Se è il terzo corso sui generis a cui partecipi, o magari il quindicesimo (e non ci interroghiamo, vero, sul perché uno decida di farsi quindici corsi dello stesso genere), se ci vai, spegni il correttore automatico che ti si alza insieme al sopracciglio e ascolta. Dall’inizio alla fine. Ovvero: zitto e nuota. Qualunque sia la ragione della tua presenza al corso, o te ne vai – alla francese (come dicono gli Inglesi) o all’Inglese (come dicono i Francesi) oppure stai buono e zitto e la pianti di rompere i coglioni agli altri. Non sei lì per giudicare, per dare un voto, per far sapere ai tuoi vicini di posto quanto questo corso sia meno figo di quello di Robbins (fosse Tom ci potrei anche credere, ma Anthony… per favore!), Di Martino, di John John Kennedy o di Ciccio-Bello-Formatore.  Chi ha la sfiga di sedersi vicino a te, o di capitarti accanto in coda per il succo arancione fosforescente, non è detto debba soffrire e sputtanarsi la giornata per colpa tua e della tuo master in Saccenza&TuttologiaApplicata. I “rumors” (negativi per statuto, codice genetico e definizione), fan male tanto in borsa quanto dal vivo e sono virali (e purulenti), come gli sbadigli.

4) Non giudicare, ascolta. L’ho già scritto, al punto tre (lo so perché stiamo parlando di dieci righe fa, che in minuti fanno meno di due, e  fin lì ci arrivo, a occhio), ma repetita juvant: se perdi tempo impegnando i tuoi quattro neuroni (stanchi) a pensare a cosa avresti detto e fatto e urlato tu, al posto del relatore, invece che goderti “il pasto”, stai sbagliando, sappilo. Magari non rischi niente (a parte l’essere dannatamente antipatico e scortese e vaffanculo e chi ti credi di essere), ma magari rischi di perderti qualcosa di buono, qualcosa di bello, qualcosa che tu – pur nella tua onnipresente e ridondante ed elefantiaca onniscienza – ancora non sai.

5) Non fare il “lavoratore autonomo”. Già. Il lavoratore autonomo (me l’ha insegnato Paolo Torregrossa), è quell’individuo il cui mantra – applicabile dalla torta di rose, alla riclassificazione di bilancio, fino al diagramma di Kant e alla fusione fredda – è colui che dice: “io lo farei meglio”. Per cui, i casi sono tre:

a)     o te ne vai;

b)     o te ne vai, metti su una società che fa formazione e  – trovate 200 persone che abbian voglia di ascoltarti (pagandoti pure) – sali sul palco e ci provi tu. Così poi vediamo se sei davvero più bravo/fascinosco/accattivante di quello su cui stai smaronando ora;

c)     oppure la smetti. Anche di far girare le rotelline del criceto isterico che ti ritrovi sotto il cuoio capelluto.

E – infine – la sesta cosa da fare, quella che nel titolo si chiama “più una”, è ringraziare. Chi ti ha formato, parlato, dato il suo biglietto da visita e stretto la mano.

…Perché te lo dico? Come faccio a saperlo?

Semplice e pura esperienza diretta: quel che dico a te che mi leggi oggi, è il mio modo per fare MEA CULPA al convegno di ieri, cui sono stata invitata, a cui ho partecipato da stronza e dal quale – stronzaggine a parte – ho avuto il culo di tornare carica come un pagliaccetto a molla e grata al mio ospite, ai relatori, agli organizzatori e allo staff che si è sbattuto dall’alba al crepuscolo per fare in modo che anche una stronza saputella come la sottoscritta potesse tornarsene a casa con qualcosa in più.

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Il titolo del corso era “Eccellere”, tenuto da Paolo Torregrossa e Max Damioli in collaborazione con BNI Italia (Business Network International) e Lyoness.

Info ai link:

http://www.gruppoprofessionale.eu/

http://www.damioli.net/

http://www.bni-italia.com/

http://www.puntocomgroup.com/

 

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