Sono stata pesce, e poi coccodrillo.

COPERTINA silvio

– Vaccontami, mamma, com’è andata oggi, cos’hai fatto, com’è stato, cos’hai impavato?

(una domanda alla volta, mai, eh?)

– Facciamo un patto. Io te lo racconto e tu mangi? Ok?

– OOOOKKEI. Quindi? Inizi. Non vedi? Io sto mangiando. Dimmi com’è stato.

– Eh, è stato bello. Strano. Strano, ma bello.

– Stvano, come? In che senso stvano?

– Strano. Sono rimasta lì tutto il giorno. Ferma. Rilass..

– Tu? Fevma? Tutto il giovno fevma? Tu? Non ci cvedo. Impossibile.

– Giuro. Non mi sono nemmeno accorta del tempo, che è volato, che è come se non ci fosse, che magari non c’era proprio più, il tempo.

– Ma cos’è che hai fatto?

– Ho fatto il pesce. No. Prima la cellula, poi il pesce, senza le braccia, senza le gambe, solo con la coda. Poi il pesce è uscito dall’acqua, gli son spuntate le zampe, anzi: mi sono spuntate le zampe, sono diventata anfibio. Un coccodrillo. Sono diventata un coccodrillo.

– Non ho capito.

– Eh. Nemmeno io bene. Però se non mangi non ti racconto più. Entro in sciopero. Mangi?

– Sì, mangio mangio. Non vedi sto mangiando. Piano, ma mangio. Tu pevò vai avanti, se no io smetto.

– Allora, dov’ero rimasta?

– Che io non ho capito. Com’è che hai fatto a diventave un pesce? Evi nell’acqua, c’eva una piscina lì? Lì, di fvonte a casa, dove sei andata?

– No, non c’è la piscina, è una stanza grande, tipo una palestra, con il pavimento morbido, di gomma azzurra. Eravamo sdraiati. C’era questa signora, questa Divne, molto bella, molto dolce, elastica come una gazzella, o un gatto, o una ballerina, che ci parlava e ci diceva delle cose, ci invitava a sentire il contatto con il pavimento, del nostro corpo sul pavimento, dell’effetto che ci faceva. Io ero lì e all’inizio, lo sai, ero lì per lavoro, ma come lei, Divne, ha iniziato a parlarci, io ho smesso di pensare. A un certo punto forse ho smesso persino di ascoltare, seguivo la sua voce, e ho iniziato a sentire. Sai, un po’ come in ipnosi, mi sono lasciata andare e allora

– IPNOSIIII? Ti hanno ipnotizzato davvevo???

– Sì, in un certo senso, ma non pensare a quegli imbecilli in Tv che muovono il pendolino, e contano e fan finta di farti fare quello che vogliono… è un altro film, un’altra storia, Gio. Qui c’era questa donna, bella, bellissima, con gli occhi che brillavano e una dolcezza che ti aspetti in una mamma, nella mamma delle mamme, sai, e lei parlava, ci diceva “sentite”, diceva “giocate”, diceva “rotolatevi”… si preoccupava stessimo bene, fossimo a nostro agio… Non c’era niente di organizzato, niente di definito, imposto. Era tutto molto libero. Oddio. Mi rendo conto che è un vero casino da spiegare, però, ad un certo punto, in mezzo a queste persone che non conoscevo e che non avevo mai visto prima, a parte M. e D., mentre ascoltavo la voce di Divna, respiravo con la bocca e tenevo gli occhi chiusi, io mi sono sentita circondata dall’acqua, nel buio. Ero un pesce, immersa in un oceano scuro e profondo e buio. Sì, nel buio. Ero nel buio totale

– Per fovza, se avevi gli occhi chiusi.

– Sì, ma non c’entra, il buio lo senti anche con gli occhi chiusi. E poi il buio era un buio bello, non faceva paura. Stavo bene, mi sentivo apposto. Al mio posto. Come se davvero fossi un pesce, o sapessi – in qualche modo – cosa vuol dire essere un pesce. Ma non un pesce in un acquario, non Nemo, non Doris, e nemmeno un pesce rosso. Ma un proto-pesce, una roba primordiale, da giurassico. Con i mostri intorno e il pianeta ancora tutto incasinato. Muovevo la coda.

– La codaaaa???

– Sì! Avevo una coda! Divna ci ha detto di pensare alla colonna vertebrale, di andare con la mano a cercare la fine, quel pezzettino che sta alla fine della colonna. Quella è la nostra coda. Ho iniziato a sentire che potevo muoverla. E che come muovevo quella, facevo muovere anche la testa del pesce. La mia testa di pesce. Sentivo gli occhi grandi, umidi.

– Ma se evano chiusi?

– Sì, erano chiusi, ma li sentivo grandi e li immaginavo aperti. Mi immaginavo nuotare in quest’acqua strana, scura, un po’ viscida. Opaca. Con delle luci, qua e là. E rumori. Guizzavo qua e là. Ogni tanto mi sentivo toccare, spostare. Tipo dalla corrente. Da quella che immaginavo di sentire, ma la sentivo talmente che pensavo di esserci dentro. Anzi, no, non pensavo, sentivo e basta. C’era in sottofondo un pezzo di youtube, credo, con i suoni di una balena e questa cosa mi aiutava.  Divne ci diceva di sentire, di toccare, di riconoscere. Poi, ci siamo rotolati un po’ e ci siamo prima alzati, e poi seduti vicini, per raccontarci cos’era successo. Eravamo in tanti, c’erano persone da tutt’Italia. Più femmine che maschi. Per quasi tutti, a parte me, M. e D., era una specie di aggiornamento. O un perfezionamento. Ma sono le mie parole, loro credo ne userebbero altre…

– E quando vi siete pavlati cosa vi siete detti?

– Ci siamo raccontati cosa avevamo sentito. Ognuno a modo suo. E io ho detto che ero stata bene, che mi sentivo bene. Credo di averlo ripetuto settantasei volte, che stavo bene. Non riuscivo a raccontare. Un po’ forse mi vergognavo. Non lo so…

– E poi cos’è successo? Cos’hai fatto? Cosa sei diventata?

– Poi siamo usciti dall’acqua. Ci siamo risdraiati a terra. Abbiamo cercato una posizione comoda, abbiamo respirato a bocca aperta, sentendo di nuovo il pavimento e la pancia sul pavimento, e il contatto con la terra. Era tutto pavimento e corpo e corpo e pavimento. Abbiamo mosso la coda, la testa, spostato l’acqua e raggiunto riva. Uscendone. Arrivata sulla spiaggia, che io ero proprio su una spiaggia e sentivo la sabbia in bocca e i sassolini sulle guance, sulle mie guance pescesche, seguendo la voce di Divna, ho ricominciato a sentire le braccia e le gambe. Prima le braccia, uscire dal petto, dalle spalle. Dal cuore. Ho aperto le dita, toccando la terra con tutta la mano, con il palmo spalancato. Ho cercato un appoggio. Ho iniziato a spingere. Spingevo con una mano, verso terra, per allontanarmi da terra e avevo paura, non volevo, faceva male. Avrei voluto tornare nell’acqua. Nell’acqua buia, e sicura. Però la voce di Divna era così dolce, ma così dolce che al tempo stesso volevo anche seguirla e staccarmi. Diventare anfibio. Evolvermi. È stato faticosissimo. Mi ha fatto male. Ma poi, da coccodrillo, da lucertolona gigante, quando ho cominciato a strisciare, usando anche gli arti inferiori, allora mi è piaciuto.

– Un coccodvillo? Davvevo sei diventava un coccodvillo? Epico!!!

– Sì, “Epico”, vai avanti, dai, che mancano due bocconi…

– Non cambiave discorso. Dimmi di quando eri un coccodrillo.

– Eh… mi sentivo un coccodrillo. Stavo bassa a terra, con gli occhi spalancati, e

– Non li tenevi più chiusi? E cosa facevi? Guardavi gli altvi?

– No, li tenevo chiusi, ma li sentivo spalancati, immaginavo di averli spalancati, come quelli di una grossa rana, sai, di quelli che vedono tutto, anche dietro.

– E cos’è che vedevi? Hai visto i dinosauvi?

– Niente dinosauri, no. Vedevo sabbia, tanta sabbia, e rocce, movimenti, ombre. Altri coccodrilli. Altre lucertolone. Il mare dietro di me. Ancora sulla mia coda. Mi è venuta fame. E freddo.

– E domani cosa favete? Cosa diventevete?

– Domani dovremmo diventare mammiferi.

– Cioè?

– Come cioè??? Dai! Mammiferi, no, animali a quattro zampe, di quelli che allattano, tipo le pantere, i cani, i gatti…

– E le balene. Quindi fovse tovni nell’acqua. Voglio venive anch’io!

– Beh. Non lo so se faremo la balena.

– Ma io posso venive?

– Amore non lo so se puoi.

– Chiediglielo. Domani mattina vai là e glielo chiedi. D’accovdo?

– Ok. Glielo chiedo.

– Subito, pevò. Eh. Appena avvivi glielo chiedi e se ti dicono di sì io avvivo. Pvomesso?

– Promesso. Adesso vieni qui, dalla tua coccodrillona, che ho voglia di stritolarti un po’.

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