Io Serino lo odio.

serino capolavoro.jpgFinirà. Non posso andare avanti. Non posso toccarlo. Non ancora. Resto altri due minuti.

Rileggo. Ne voglio ancora.

Quanto manca? Gesù! È pochissimo.

Perché è così poco? Non è giusto.

Sì che lo è. È così che deve essere.

Niente di più del minimo indispensabile.

Pulito.

Lineare.

Lucidissimo.

C’è tutto e nient’altro.

Non un aggettivo di troppo, non una virgola di meno.

Leggo e trattengo il fiato.

Non mi capitava da… da tanto. Da Portnoy. Da Mindy Metalman. Da qualche passaggio di Hap e Leonard. Dalla suora di Robbins.

S’intitola “Quando cadono le stelle” ed è il miglior libro che io abbia mai letto.

È qualcosa che mi fa dire (ma voi fate finta di niente) che dovrei fare la fornaia. O la cassiera alle casse dell’Esselunga. O la cantante lirica. Tutto, fuorché quello che faccio.

Perché?

Perché è troppo. Per me.

Gianpaolo Serino è appena diventato il mio benchmark.

Ha ucciso Calvino, ha sbranato il David Foster Wallace di ‘Questa è l’acqua’, ha cancellato i cinquanta super fanta bestseller di Croft* (che pensate siano di Tizio, Caio e Sempronio). Ha ammazzato tutti.

Il suo libro “Quando cadono le stelle” ha fatto una strage.

Io lo odio.

Lo detesto.

Provo fastidio. Tipo dermatite in fase acuta. Mi prude tutto.

Dove vuoi andare – mi sfotto – davanti a uno così?

Che cazzo vuoi scrivere, cosa CAZZO pensi di poter mai scrivere dopo aver letto lui?

L’hai visto, lo stile? No, dico, hai sentito l’eleganza?

Non sono pagine. Sono stilettate.

La sua è un’arma bianca. Una striscia seicentesca che ti passa da parte a parte lasciando una goccia di sangue piccina picciò.

E la cifra? Vogliamo parlare della cifra? Una trappola di matrioske che ti risucchia come un’idrovora. E nel frattempo ti fa pure due grattini.

I suoi capitoli sono così brevi da far alzare il sopracciglio a una cara salma che campa sulle copertine degli altri.

Prima. Prima di entrarci.

Tanto brevi da far pensare “Ma no, ma dai!”.

Tre pagine? Figuriamoci.

Poi ti ci infili. E sprofondi.

Eccola, la meraviglia, la perfezione cui dovrebbe tendere ogni penna: la lucidità di chi scrive lascia a chi legge la libertà del delirio e dei vaneggiamenti.

Nessuna rete. Niente impalcature.

Serino ti dice: “Vai pure, costruisci l’immagine, sei libero. Puoi farlo. L’emozione è tua. Non mia. Io sono imparziale. Sto fuori. questo libro è per te, mica per me.”

Lo scrittore non deve spiegare un cazzo. O non dovrebbe. Mai. Deve scrivere perché il lettore senta.

Mi viene da piangere.

E da urlare a tutti: LEGGETELO. SUBITO.

E poi rileggetelo. Ricopiate le frasi sulla Smemo di Zuckerberg. Su Twitter, su Instagram.

Dappertutto.

Citatelo. Con giudizio. Diffondete il suo verbo.

Se lo farete, spargerete nel mondo un seme di genio. Di meraviglia. Di speranza lessicale.

Primo fu il verbo, dice il libro più venduto di sempre (non in UK, ma è un’altra storia) e il verbo di Serino, da oggi, per me, è un oro olimpico.

*di nome Andrew, di fatto “the greatest ghostwriter of the whole world”.

3 pensieri riguardo “Io Serino lo odio.

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