Quanto costerà mai un buongiorno?

Quanto costerà mai un buongiorno? E un grazie prego per favore?

Milioni di paperdollari, è evidente. Altrimenti non si spiegano messaggi email che lasciando perdere la buona educazione (ricordate? Quella scuola di pensiero pleistocenica che suggerisce di salutare all’inizio e alla fine di una missiva?)  sfociano a gamba tesa nella più bieca delle inciviltà a suon di maiuscole ridondanti e punti esclamativi come se piovesse. Neanche avessero una tariffa a lettera, ‘sti babbuini, dico io: più che scrivere, telegrafano.

Ah.

La fretta?

Dite?

Magari sono in auto, aggiungete.

Beh. Ci può stare.

Ma, anche fosse, PERCHé NON ASPETTARE 5 MINUTI 5 E RIMANDARE AL PRIMO SEMAFORO ROSSO, anche dal blackberry, la risposta?

Forse perché nella testolina dei cyber-cafoni del 2012 gira l’idea che essere efficienti e tempestivi bilanci l’incapacità sintattica, ortografica e comportamentale. Forse, o forse no. Forse nemmeno se la pongono, loro, la domanda.

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