NON C’È TEMPO.

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“There are some days when I think I’m going to die from an overdose of satisfaction”
Dalì 
 
No. Non ce n’è. 
Non abbastanza.
 
Non dopo aver spento la sveglia, fatto una doccia, saltato la crema, lavato i denti e passato il rimmel. Non dopo aver messo via la tazza del cappuccino, ammesso tu l’abbia davvero messa via e non intenda per via il lavandino, con un filo d’acqua dentro. Non dopo aver controllato la posta mentre si apre il portone e tra un semaforo e l’altro. Non dopo aver corso come una pallina in un flipper avanti e indietro, su e giù, ferma e Twitter. Oh! Un’altra mail. A questa devi rispondere subito. Ma se rispondi dopo non casca il mondo.
Non dopo aver cucinato, mangiato, lavato i piatti e fatto i compiti. No. Non ce n’è più.  
No. 
Non ce n’è. 
Per perdersi nei peripli sinaptici del se e del ma, del se avessi fatto e se avessi detto e se invece e poi chissà. Il se non c’è. Il condizionale non esiste. Il passato non conta. Il futuro è incerto. C’è il presente. Ed è lì, anzi qui, che ti tocca muovere le tue palline, adesso, cercando di combinarle nel modo giusto, senza piani, senza preventivi, senza strategie (al massimo due fogli excel). Di pancia. Anche sbagliando, magari, ma facendolo con la pancia e con il cuore.
 
 
Quando sei morto stecchito, non torni a chiedere scusa e dire tivogliobenemamma, o seibellissimo o vieniacenadanoi. Non torni a pagare la multa. A rifare il letto. A consegnare il comunicato stampa. Non torni per vedere chi ti piange. Ammesso che siano vere, quelle lacrime di circostanza che già ti immagini ti farebbero girare le susine a elica.
Muovi le palline, fai girare i colori, tenta. Provaci. Fallo ancora una volta. Ne vale la pena.
Una sola. O magari due.
Non tenerti tutto dentro. Non tenerti dentro una fava. Parla. Non stare sveglio la notte. Non scappare. Non nasconderti. Usa la voce. Usa la penna, la qwerty o il touch. Usa quel che vuoi, ma non stare fermo. Gioca tutto quello che hai. Fino in fondo. 
 
Che sarà mai. Non sarà questo ad ucciderti, no? E poi tanto, prima o poi tocca a tutti. Tirare le cuoia, intendo.
Hai poco tempo, tu. L’expiring date è dietro l’angolo. E fa sempre un po’ paura, anche a chi non lo sa.
 
Quindi?
Quindi niente. Corri, Forrest, corri. E non smettere di respirare.
E adesso muoviti, che devi uscire. Ti aspettano, la lavatrice ha finito (o il fax, o qualunque altra cosa tu abbia messo in moto) e sei già in ritardo.
Eppure hai ancora tempo. Sì: ne hai ancora. Quanto – giuro – non ne ho idea.
Non ne hai solo per guardarti alle spalle e non ne hai nemmeno per arrabbiarti, ma ne hai per non voler cancellare quello che è stato, fino a ieri, se ti serve a capire dove mettere i piedi, da domani.
 
Hai tempo per avere altri sogni. Per camminare, un passo alla volta, verso quello più grande (qualunque esso sia); per divertirti; per prenderti cura di chi ami a prescindere da quanto se lo meriti o meno; per darti; per sorridere; per cantare ai semafori. Per fare un’altra marmellata, relazione trimestrale o romanzo rosa da spiaggia.
Per salire su una nuova barca e scrivere un altro pezzo. Un’altra mappa. Una nuova rotta.
 
Hai tempo per far approdare qualcuno sulla tua iSola, qualcuno che magari ci farà solo un fine settimana (o tutta la vita) e – soprattutto – per continuare a coccolare gli autoctoni, i tuoi meravigliosi autoctoni, minuto dopo minuto, dopo minuto. Finché ci sarà fiato nei tuoi polmoni.
 
 
 
 

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