Due giorni con chi l’impresa la fa sul serio. #LSM2014 #SapereFareImpresa

“Devi esserci”

“Non posso. Il 6 giugno devo tenere un corso di comunicazione e poi non lo so, sai, se me lo merito. Qualcuno che mi legge c’è, ma non parliamo mica di migliaia di lettori, o di follower, eh…”

“Sei una blogger. È la prima volta che apriamo ai blogger. Devi esserci.”

“Sono una blogger”,  mi ripeto, nei giorni seguenti, mentre scrivo, porto a scuola mio figlio, salto da una conversazione skype all’altra, faccio un salto a Milano per uno shooting e torno a Brescia a incontrare un formatore che ha bisogno di editing.  “Sono una blogger”, mi dico, un po’ perplessa, mentre sistemo le bozze di un fantasy, miglioro una biografia su Linkedin, faccio partire la lavatrice (che poi mi dimentico di svuotare), controllo l’avanzamento di un romanzo rosa (scritto da uno dei miei fantasmini) e cerco di non crollare dal sonno, dopo la mezzanotte, quando il nano è a letto e io non mi sgancio dal Mac. “Ho un blog”. Più d’uno, in effetti, mi ricordo. “E il corso lo posso spostare”, mi decido: dal 5 al 7 Giugno vado a Santa Margherita Ligure, come blogger, per la quarantaquattresima edizione del convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria.

Giovedì 5 Giugno 2014.

Giovedì mattina, scarico il programma del convegno. Da Amazon compro e leggo la versione kindle di “I Diavoli”, scritto da Guido Brera, uno dei relatori, e faccio al volo un po’ di intelligence sui profili dei protagonisti. Nel pomeriggio, carico più valige di quante di norma non ne muova per un mese al mare, imposto il navigatore e parto. Meno di tre ore più tardi, arrivo a Rapallo, al Bristol. “Essere una blogger non sembra male”, mi dico io, che del down-sizing ho fatto una ragione di vita, e felicità, da 13 mesi a questa parte.

Ho un po’ di tempo, prima di uscire, e sotto la mia stanza c’è un’olimpionica che mi chiama. Infilo un costume, nero, intero e il panama. Il senso del dovere, legato alla possibilità di essere chiamata da un momento all’altro, si associa all’iper-realismo dei miei cosciotti candidi, quasi luminescenti e opto per il balcone. Prendo l’Ipad e mi metto a leggere, resistendo sotto il sole per ben dieci minuti.

Poco dopo, mi raggiunge Mario Moroni, il secondo blogger. Conosco Mario da qualche mese, dopo una missione a Bruxelles, in visita al Parlamento Europeo. Dalla chat di gruppo di WhatsApp, arriva il richiamo. Faccio una doccia, infilo un paio di jeans, una decolleté nera e il mio bellissimo panama. Scatto una foto nello specchio in camera, piuttosto soddisfatta, la posto sui miei social e scendo.

Alle sei in punto, una BMW i3 ci preleva e ci porta al Miramare, sede dell’evento, per incontrare la commissione comunicazione di Confindustria. Nel trasferimento Rapallo-Santa Margherita, parlo così tanto e così velocemente che a Mario viene mal di testa. Sono emozionata. Come prima di un esame.

Ci siamo. Il Miramare è un posto da urlo, con quell’eleganza un po’ decadente dei grandi alberghi degli anni venti, un panorama che si apre sul golfo di Santa Margherita e fiori ovunque. Entriamo. Ricevo il mio pass “Stampa” più un altro, per accedere alle zone e ai workshop off-limits per i giornalisti. L’area riservata a loro, a quelli veri, è una stanza di 200 metri quadri, con due tavoli verdi pieni di attacchi per ricaricare i device, uno schermo gigante, fatto da quattro monitor king size, due frigoriferi per le bevande e un lungo, lunghissimo tavolo bar (per rifocillare gli oltre 200  giornalisti ufficiali e i due blogger).

La sala del convegno ha le poltroncine rosse, di velluto, la moquette a terra e il soffitto costellato di luci a led. Effetto cielo stellato. Sul fondo, quattro loculi a vetri ospiteranno la commissione comunicazione, i giornalisti e i cameramen. Ha una capienza di circa 200 posti: i più di mille ospiti attesi (800 imprenditori, duecento giornalisti e 2 blogger) assisteranno agli interventi da bordo piscina, in due aree allestite con monitor e casse.

Pochi minuti dopo il mio arrivo, scopro l’esistenza del TRIREG, il sotto-sistema che muove i meccanismi organizzativi del convegno. Chi si mette in gioco per far funzionare l’evento – come volontario – più che in un gruppo, entra in una specie di fratellanza e in maniche corte e notti insonni, macina chilometri, suda, pensa, risolve grane, trova sponsor e sposta migliaia di persone, diventando, per sempre, un “triregghino”. Marco Gay, il nuovo Presidente, eletto da un mese, è un triregghino” – mi racconta Daniele Barbone – “E l’anno scorso era qua, con noi. Lui è uno di noi.”

Con i ragazzi della commissione faccio un giro per l’hotel. C’è fermento. È una macchina imponente, questa. Organizzare una cosa così, in un mese scarso, non è uno scherzo. Conosco Luca, Luca Donelli, responsabile rapporti internazionali e comunitari: è giovanissimo e entusiasta. Mi da un paio di dritte  e  mi spiega come quest’anno, per la prima volta, abbiano deciso di aprire il convegno a due voci libere (io e Mario). Gli hashtag ufficiali saranno “SML2014” e “saperefareimpresa”.  Twitteremo, posteremo e condivideremo informazioni in real time, non mediate, non corrette e – soprattutto – non censurate.

Proseguendo l’esplorazione, incontro Giulio Lombardo: quest’anno è toccato a lui trovare gli sponsor. Gli stringo la mano, trasferendo nella stretta l’abbraccio che vorrei dargli. È una cosa che ho fatto in una delle mie vite precedenti, questa, e lo capisco.

Dal Miramare, con un impeccabile servizio navetta, ci spostiamo più a sud, o forse a nord, per cena in un ristorante sulla spiaggia. Io e Mario, passiamo il resto della serata conoscendo persone, ascoltando le loro storie e guardando i loro occhi. Condividiamo ciò che vediamo su Twitter, Google plus e Facebook.

Sono quasi le due, quando rientriamo in hotel. Saluto Mario, vado in camera, mi lavo i denti e m’infilo nella felpa pulp di mio figlio, quella con le ossa fluorescenti serigrafate, apro le finestre, spengo l’aria condizionata e faccio in tempo a leggere qualche riga di Pastorale Americana prima di farmi – come sempre – crollare l’ipad sul naso, svenuta.

Venerdì 6 Giugno 2014.

Sono le cinque e mezza. Apro gli occhi circondata da una luce fredda e penso che la falange atletica dei Giovani Imprenditori di Confindustria sia già in giro a correre.  Mentre loro zompettano tra i cinque e i sei chilometri orari sul lungomare di Santa Margherita, io, che non corro nemmeno se inseguita da una muta di cani (e poi sono a Rapallo), mi godo il panorama, leggo, scorro la mia tweet-list e litigo con i rubinetti della doccia, che negli hotel come questo sono spesso due. Il miscelatore dev’essere considerato cheap. Passo dall’abbattitore al forno crematorio tre o quattro volte, e poi esco. Faccio colazione fingendo di non essere intollerante a ciò che mangio e – già che ci sono – polverizzo sei brioscine buonissime, ma piccole.

La navetta ci porta al Miramare un’ora prima dell’inizio dei lavori. Il tempo di qualche saluto, un paio di presentazioni e un giro in sala stampa e si comincia. Dagli altoparlanti risuona l’inno nazionale. I Giovani si alzano. Apre il convegno Marco Gay: è appassionato, composto. È emozionato. Lo dice subito. Mentre lui parla, dagli schermi nella sala principale e su quelli in esterna, scorrono le sue parole. Non va a braccio, ma quello che dice suona vero. E colpisce. Non vola una mosca. Io assisto al suo speech da una delle due aree a bordo piscina. Per qualche minuto mi dimentico perché sono qui e mi faccio rapire dal suo discorso. Poi il ruolo che mi è stato affidato riprende possesso dei miei neuroni e mi dice: “Fai la blogger”. Le sinapsi girano, i tweet volano.

“Possiamo essere il cambiamento che vogliamo”,

dice Marco Gay. Io twitto e non potrei essere più d’accordo. Parla a chi è in sala, Marco, ma si rivolge anche a chi il convegno non sa nemmeno cosa sia, nomina i ventenni, che parlano tre lingue e guadagnano meno di trecento euro al mese, i cinquantenni che non possono più pensare di andar via da questo Paese. Ripete più volte “patriottismo”, parla d’impegno, di dovere, di scelta obbligata. Parla di coesione, non di contestazione. Dal palco, come Giovane presidente dei Giovani Imprenditori, chiede all’altrettanto giovane Presidente del Consiglio, di semplificare il Paese, di facilitare il lavoro. “Non vogliamo uno scudo fiscale. Vogliamo uno scudo industriale” – dice.

Salim Ismail, della Singularity University, sale sul palco. E incanta la folla (se non altro la folla che parla inglese a sufficienza per cogliere le sfumature del suo discorso e le sue battute, penso io, in esterna, mentre m’innervosisco per il crescente brusio). Parla a ruota libera, Salim, e quando racconta di come la Google car abbia percorso più di un milione di chilometri senza un solo incidente, guarda negli occhi il pubblico e dice: “Nessuno di noi può dire di saper fare di meglio, no?”

Quando poco dopo mezzogiorno, interviene Marco Magnani, dall’Università di Harvard, io sono in sala stampa.  Lui provoca, dicendo che dalla crisi, da questa crisi, si aspettava di più, la stampa brontola (molti protestano, qualcuno grufola), io imparo, subito, al pronti via (come una grande), a stare zitta. Freno lo tsunami di nervosismo che sento salire in gola, tengo le mani ferme e non tuitto uno solo dei pensieri bellicosi che mi frullano in testa. Ricarico l’iPhone mentre il convegno prosegue e risalgo dalle viscere della press-room per tornare al piano terra, dove c’è chi l’impresa la fa e non la racconta.

Arriva Don Ciotti e vicino a lui, le provocazioni di Magnani diventano acqua fresca. Alle sue parole è subito standing ovation. “Abbiamo bisogno di cultura”. Dice. “Di una scuola che alleni”. Vorrei abbracciarlo. Parla di etica e dice come i codici non servano senza coscienze sveglie. Chiude augurando ai Giovani Imprenditori di essere eretici e alla stampa intrappolata nelle proprie maschere e ai brontoloni (e a tutti quelli che ascoltano e leggono per avere qualcosa di cool da dire, in contro-tendenza, criticando tout-court per nutrire il proprio ego ipertrofico), spiega il perché, partendo dalla definizione letterale del termine e finendo con quella letteraria.

Chiude la sessione mattutina Maria Elena Boschi, il più giovane Ministro del governo Renzi. Impeccabile. Misurata come un robot. Bravissima. Inattaccabile. Un po’ freddina, se devo dirla tutta. Ma ci sta, mi dicono. “È il suo ruolo che lo richiede”, mi spiegano.

Sono quasi le tre e approfitto della pausa pranzo per girare tre interviste (Alessia Forte, Antonella Ballone e Selene Piatti) Live. Con il mio iPhone. Senza filtri, senza preavvisi, faccio un paio di domande. Una facile e una meno.

Il pomeriggio per me si apre all’ingresso del workshop numero uno:  “Idea Hunting & Strategic Competitiveness”. “La stampa non entra”. “Non sono della stampa, faccio la blogger” – dico, deglutendo. Ed entro. Lui, Bill Fischer, parla e io non ho più trentasette anni: ne ho ventidue. Non sono più in Italia, a Santa Margherita, ma a Utrecht, ai tempi della Hogeschool e alle lezioni di marketing in stile “Attimo fuggente”. Ho avuto la fortuna di studiare in patria e all’estero e ho potuto capire la differenza tra un barone e un insegnante. Tra un docente che allena e uno che predica. E quello che dice Fischer, e come lo dice, mi ricorda di impegnarmi e di fare abbastanza soldi per permettere a mio figlio di avere almeno (se non meglio), la formazione di cui io, grazie ai miei, ho potuto godere.

Riesco a intercettare e filmare Stefano Poliani. Alla mia domanda difficile, lui risponde: “Eliminerei l’IRAP”. Poi registro una decina di interviste per Switch Magazine, gruppo Runaway (tutte con la stessa persona) e per la prima volta da quando sono a Santa Margherita, mi occupo di costume, chiedendo alla bellissima Eleonora Pieroni quale sia il suo uomo ideale e cosa non possa mancare nel suo armadio per l’estate in arrivo. Scopro come gli scheletri non vadano più di moda e come, per lei, conti poco l’uomo a chilometri zero.

Sono le sette, trovo la navetta e costringo cinque persone ad aspettarci in attesa di Mario, ancora impegnato con le interviste. Arrivata in albergo, ho il tempo per farmi una doccia gelata e scegliere fra un tubino bianco e un lungo nero. Il bianco copre le ginocchia, fascia più di quanto ammetta ed è piuttosto recente. Il nero, un prima linea Ralph Lauren, ha quasi un ventennio ed è ancora il pezzo forte delle mie mise da gran soirée. Mollo il contemporaneo, opto per il vintage (in linea con età, aspettative per la serata e auto-analisi), litigo un po’ con i capelli e poi scendo. Mario mi aspetta e partiamo. Il galà di questa sera è a Santa Margherita a Villa Durazzo. I proventi della cena andranno in beneficienza, mi spiegano, e per entrare qui, non c’è nessuno che non paghi. Quando arriviamo, riesco a non uccidermi infilando i tacchi nel ghiaino dei giardini e salutati i miei nuovi amici, mi guardo intorno. Gli uomini sono eleganti, le signore in lungo. Vedo pochi abiti da passerella e molto charme: ciò che spicca è un’eleganza raffinata, non ostentata. Il clima è piacevole. I giochi, tra i partecipanti e gli invitati, si fanno a cena e l’atmosfera di stasera, lo racconta. La serata prosegue ma io, sempre meno mondana, poco dopo la mezzanotte, mando un avviso a Mario e nella migliore tradizione inglese (come dicono i Francesi), me la batto. Quando finisco di scaricare e caricare i video dall’iPhone su YouTube, sono le tre. Faccio la valige. Controllo la sveglia. E mi butto a letto.

Sabato 7 Giugno 2014

Qualcosa, nella penultima operazione di stanotte, non deve aver funzionato. A svegliarmi è il suono del gruppo su WhatsApp, che saluta i membri e propone un incontro. Sono le otto. In meno di quindici minuti faccio una doccia, due telefonate, colazione, e spettinata come uno Yorkshire, faccio anche il check-out. Trovo Mario (che mi aspetta), i pass (seppelliti in borsa) e, prese le nostre auto, partiamo. Arrivati a Santa Margherita Ligure ci avventuriamo nella più dura delle esperienze di questi due giorni: trovare un posto auto. Entrati nel parcheggio sotterraneo capiamo entrambi come la difficoltà vera stia nel scendere da un piano all’altro: le curve a gomito che ci portano verso il basso, sono così strette che tocca fare manovra. L’allarme anti-collissione ha un suono fisso. I segni sui muri incutono terrore.  Raggiunto il quinto piano, vicini al nucleo di fusione della terra, troviamo due posti liberi e tiriamo un sospiro di sollievo. Fino a stasera non dovremo più pensarci.

Il secondo giorno parte morbido. La gente, i giovani imprenditori e la stampa arrivano piano, con calma.  Sono le dieci e mentre i Giovani Imprenditori si affrettano a prendere posto, i giornalisti ufficiali, fanno colazione in sala stampa e preparano il loro lavoro. Sale sul palco, Giacomo Gellini, Presidente TRIREG e ci ricorda come gli Italiani del Rinascimento abbiano portato il mondo intero nella modernità. Quando parla Giuseppe Berta, dalla Bocconi, il tema tocca la produzione. “Mi piace la parola manifattura”, dice, spiegando come la produzione fordista stia per finire e che l’impresa oggi sia un sistema a geometria variabile. Quando tocca il tema delle start-up, Berta sottolinea come queste non siano solo le nuove micro-imprese, ma che vadano considerate start-up anche quelle aziende storiche, di terza e quarta generazione, in grado d’innovarsi e trasformarsi.

Finite tutte le batterie di tutti i device, scendo in sala stampa e assisto a due spettacoli. Il primo a farmi cadere la mandibola è il record man Alex Bellini, la seconda è Benedetta Bruzziches. Alex compie imprese oltre i confini del possibile (e per alcuni, forse, pure del sensato) e attraversa deserti e oceani, da solo, sfida la natura e supera i propri limiti. Non è un super eroe. È magro. Normale. Ha occhi grandi, azzurri e profondi. Il viso scavato e le mani mobili. Eppure ha corso per più di 5.000 chilometri in 70 giorni, da New York a Los Angeles, attraversato l’Atlantico e il Pacifico con un barchino a remi, e corso nel gelo dell’Alaska. Sempre da solo. Dopo le imprese di Alex è il turno di Benedetta Bruzziches che racconta la propria avventura imprenditoriale nel complicato segmento delle borse. Per farlo e riuscirci, Benedetta ci dice di non essersi trasferita a Milano, a Roma o NewYork, ma di essere restata a Caprarola, località in provincia di Viterbo scelta dal Farnese per la propria residenza estiva, progettata dal Vignola e affrescata dal Bertoja e dai fratelli Zuccari. (Per raccontarvelo, ora, non mi serve Wikipedia, perché a Caprarola feci una delle tappe del mio viaggio di nozze, una dozzina abbondante di anni fa, proprio per vedere quella “casa”, i suoi affreschi, la scala regia e i giardini. E me la ricordo ancora). Lei è solare, energica. È un vulcano con la gonna lunga e uno strano cerchietto. Usa parole semplici. Parla del suo gruppo di artigianauti. Racconta se stessa e i propri deserti, le onde, le tempeste e il gelo incontrato e superato dall’inizio a oggi.

Per chi li vede senza maschere, i punti di contatto tra impresa e avventura, ancora una volta, sono tanti. E toccanti.

Chiude la due giorni Marco Gay. I Giovani Imprenditori salgono sul palco. Lo abbracciano. Parte la musica e i fotografi si muovono come formichine operose da un lato all’altro della sala per gli ultimi scatti. Io raggiungo Mario, riprendiamo la chiusura, facciamo un video, un paio di selfie con la commissione comunicazione e c’incamminiamo verso il parcheggio sotterraneo, pronti a ritornare a casa.

Due ore e mezza di auto mi separano dal mio appartamento, e dal pezzo che devo scrivere, e che voglio scrivere, per fermare subito, prima di dimenticarmene, le impressioni di questi due giorni in mezzo all’entusiasmo e alla forza di chi l’impresa la fa sul serio. Non sarà breve. Già lo so. Non citerò tutti. Non potrei e non avrebbe senso. Quello che ho in mente di fare non è un resoconto dettagliato dell’evento, ma un’opinione esterna, super partes. Gratuita e volontaria.

Domenica 8 giugno

Ho finito tardi, ieri sera, di sistemare le foto e gli appunti e mi sono alzata tardissimo, questa mattina. Prima di rimettermi al Mac, sono uscita a fare due passi, in una via del centro di Brescia. I negozi di Via Garibaldi sono aperti. Chi li gestisce non è Italiano, ma cinese, arabo o indiano. Ci sono bazaar che vendono di tutto, dalle chiavi inglesi al latte fresco. Come le botteghe nei paesini di una volta. Sono sempre aperti, loro. Dal lunedì alla domenica, dalle sette del mattino alle dieci di sera. Hanno trovato una lacuna, e si sono aperti un varco negli orari standard per servire più clienti. E lavorano. E guadagnano.

Quello che sto facendo da qualche ora, è scrivere di getto quello che i miei occhi hanno visto e i miei sensi avvertito in questi due giorni in compagnia dei Giovani Imprenditori di Confindustria.

Il pezzo è pronto per essere postato su mezzocentimetro, su Facebook, su Twitter e Linkedin. Pronto per essere condiviso. E disposto, come sempre, a essere letto, commentato e anche criticato.

Io pure.

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