Mangiare quando ho fame, dormire quando ho sonno.

 

È succulenta, una buona costata. È saporita.  È tenera, rossa e nervosa. Il grasso sfrigola, su una fiorentina al sangue e si scioglie in bocca. È profumata. È primordiale. È buona da morire.

E il pollo ai ferri? Vogliamo parlare del pollo ai ferri? Del suo sapore dolce, della sua pelle croccante? O della morbidezza di una salsiccia cruda, fresca, spalmata su una fetta di pane?

 

Ho sempre amato la carne. Sono cresciuta in una bella casa, nel verde, piena di alberi secolari su cui arrampicarmi e giocare al Barone Rampante. In fondo al campo, quand’ero piccola, su un lato c’era una fattoria e sull’altro, oltre due file di viti, gli orti. Avevamo qualche mucca, un po’ di maiali, un sacco di conigli, galline, faraone, anatre e due tacchini. Un omino piccolo, con i baffi bianchi, che si chiamava “Cuore”, si prendeva cura degli animali.

Fino a qualche anno fa, non ho mai comprato verdura, uova o carne. Per fare la spesa, andavo dai miei, salivo al primo piano, andavo nelle stanze degli ospiti e aprivo i congelatori. Poi ci arrivò una lettera dal Comune: la falda acquifera sotto i nostri campi, dalla quale prendevamo l’acqua per irrigare i campi e dissetare le bestie, conteneva PCB. Tutta la famiglia iniziò da allora a sottoporsi a controlli annuali per misurare il livello di tossicità del sangue, e a scoprire (oltre all’improvvisa fluorescenza), il sapore del cibo del supermercato. Per i primi mesi, compravo la carne solo in montagna, da un macellaio che allevava i suoi animali in una malga, le uova al mercato bio e la verdura dai contadini. Poi iniziai a prendere il pollo e l’insalata all’Esselunga. E finii con l’abituarmici.

Qualche tempo fa, mentre chiacchieravo con un amico fantastico, e lo ascoltavo raccontare delle bestialità commesse nei macelli industriali, ebbi la prima scossa. La carne mi piaceva. Mi piace. Mi è sempre piaciuta. – mi dicevo – sentendo lui, vegano da un pezzo. E poi io se mangio la pasta sto male, con i lieviti sto male, con i latticini pure. Cosa mi resta se tolgo anche quella?” 

Ieri, però, il figlio di un’amica ha postato su Facebook un video. Dopo averlo visto, sono andata su YouTube e ne ho guardati una decina a tema, assistendo allo scempio degli allevamenti industriali. Ho visto le mucche. Ho visto le galline. Ho visto maialini appena nati privati a strappo dei testicoli. Ho visto le condizioni in cui vivono e crescono questi animali, che poi arrivano sulla mia tavola. E i modi atroci, feroci, schifosi, con cui vengono ingozzati, cresciuti, riempiti e ammazzati. Roba da horror. Da non credere. Cose che non hanno niente a che vedere con il ricordo che ho io, dell’allevamento, della fattoria e della fine che facevano i nostri animali. Ho visto macchinari che segano la testa alle bestie, ancora vive. Ho visto vasche enormi, piene di sangue e cadaveri, in cui gli animali sopravvissuti si dibattono fino alla morte. Ho guardato, sconvolta, gli operai massacrare le mucche, non per farle spostare, ma per divertirsi (i coglioni).

Ora. Io non mi ritengo un animalista, ma un’umanista, e piuttosto che concentrarmi sulla sofferenza della fauna, ho sempre ritenuto più importante quella del genere umano. A me la carne piace. L’ho già scritto, lo so. E non sono una sfegatata no-global. Né un’amante del genere new-age. Ma, cazzo, no, dai, questo è troppo anche per me. E mi dico:

“E se fosse vero, che il dolore e la paura liberano tossine? E se da questi animali, che poi diventano costate, pollastrini ai ferri, salsicce e frittate per la mia tavola, mi arrivasse un’eco del loro strazio, della loro vita di merda, della loro morte violenta e stupida e crudele?”

 

Non c’è un modo diverso? Per mangiare carne e uova? Non c’è una strada meno pulp per allevare le bestie? Non possiamo fare a meno di massacrarle?

 

Magari comprando meno, ma comprando meglio. Magari partendo da quello che abbiamo vicino. Magari smettendo di comprare l’angus irlandese a Ostuni e le galline sarde ad Aberdeen, il Coregone del lago di Garda a Utrecht e il formaggio olandese a Sirmione.

 

Magari sbattendoci un po’ di più per trovare un allevatore vicino a casa ma fuori mercato, di quelli che sui banchi dell’Esselunga nemmeno ci arrivano, perché non hanno i numeri, e i prezzi. E il sabato, invece di andare a fare la spesa nei mall, prendere la bici e andare a caccia. Dai contadini, in campagna.

E aprire gli occhi. 

Invece di chiuderli, facendo finta di niente.

 

Anche se è vero che fa tutto schifo, che la pioggia è pioggia, le nuvole si spostano e i resti di Chernobyl sono ancora nei nostri ravanelli, da Milano Marittima a Curacao, e che l’aria è inquinata e che moriremo tutti (fino a prova contraria), forse forse un pensiero, vale la pena farlo.

Che ne dite?

 

Il titolo del post non c’entra? … lo so, ma è un sogno.

 

 

Credits:

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Tra le pieghe di madre terra di Gianpaolo Giambuzzi

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