Luoghi comuni, statistica e abitudini umane.

sassi e acqua

Ognuno di noi è diverso.

Nell’involucro che ci porta in giro, ci sono cinquanta trilioni di cellule e spesso è un casino già mettere d’accordo quelle, che sono le nostre, che sono con noi, dentro di noi.

Per scusarci, quando cambiamo direzione, specie con quelli che da fuori ci guardano perplessi, diciamo di aver cambiato idea, o di aver capito qualcosa che prima non avevamo capito, usiamo le parole che conosciamo, che ci suonano familiari. Quelle che siamo abituati ad usare. Quasi sempre sono luoghi comuni. Frasi fatte. Ricorriamo ai proverbi, ai modi di dire, alle perifrasi di moda.

Facciamo quello che sappiamo fare. Difficilmente azzardiamo. Ci fidiamo poco della strada nuova. Meglio la vecchia. Sappiamo cosa lasciamo e non cosa troviamo ed è un attimo passare dalla padella alla brace. Ci sentiamo dire che chi non risica non rosica. Diamo ragione a chi ci ripete che dovremmo muoverci. Ma sappiamo anche che le cose belle capitano sempre agli stessi. Ci lamentiamo. Guardiamo con fastidio chi ce l’ha fatta e sotto sotto pensiamo che senza un po’ di pelo sullo stomaco non si va da nessuna parte. Ci sentiamo buoni. Lo diciamo spesso, che siamo buoni, che siamo troppo buoni e che la gente si approfitta di noi. Ci crediamo davvero. Non ci vediamo, mentre guardiamo gli altri, tutti gli altri, dall’alto in basso, con sufficienza. Non ci rendiamo conto di essere chiusi. E molto bravi a giudicare, ma solo fuori dal nostro naso. Condividiamo – mentalmente o pubblicamente – un sacco di frasette sulla motivazione, sul non mollare, sull’amore. Nemmeno ci chiediamo se abbiano senso. Per noi, intendo.

Siamo abituati a comprare le cose. Al massimo a montarle, come i mobili dell’IKEA. Non abbiamo idea di cosa serva per costruirle. Non sappiamo fare un disegno, figurarsi un progetto. Ci lamentiamo di non avere abbastanza tempo, ma la verità è che lo sprechiamo, il nostro tempo. Lo buttiamo via. Scivolando sulla nostra vita senza nemmeno metterci dentro un dito. Ci piace comprarle fatte, le nostre cose. Immaginarle e ordinarle. A volte addirittura via internet. Le cose e le relazioni. Non ci fermiamo a guardare le persone. Le scegliamo convincendoci che andranno bene o al massimo riusciremo a cambiare quello che non ci piace di loro. Abbiamo il nostro film, fatto di altri film, di altre storie, viste in TV, al cinema, su youtube o youporn.

Non scaviamo. Ce la raccontiamo. E una volta che siamo convinti noi, o che crediamo di esserlo, basta dirlo agli altri e il gioco è fatto.

Non indaghiamo. Non osserviamo. Non ce ne frega una fava di conoscerci, di conoscere l’altro. Di scoprirlo. Se pensiamo vada bene, o possa andare, ci basta.

Quando ci costringono a pensare. A farci domande. A fermarci e riflettere. Quando qualcuno osa metterci davanti a uno specchio e ci ritroviamo dentro qualcuno che non ci suona familiare, diverso da come pensiamo di essere, ci chiudiamo a riccio.

Se le domande sono troppe, se l’altro è troppo curioso, ci mette in discussione o ci spinge a farlo per conto nostro, preferiamo cambiare strada. Magari anche deprimendoci. O mettendola giù dura. Ma la verità è che dopo un po’ di tempo, passeremo ad altro. A qualcuno di meno complicato, magari. Di meno impegnativo, probabilmente. E chi ci ha fatto tante domande resterà solo un ricordo, via via più sbiadito.

Probabile che questo che ho descritto, sia l’approccio più naturale dell’essere umano. Ciò che viene facile fare a tutti, più o meno. O quasi. Non ne ho la certezza. I miei dati sono parziali e relativi. Il mio campione esiguo, non sufficiente a fornire un quadro statisticamente rilevante.

Quello che so è che non tutti rispondono così. Che ogni essere umano è diverso. Risponde a logiche di massa, cresce con convinzioni che lo formano, con abitudini che lo muovono e in ambienti che lo condizionano.

Ma è diverso. Per lo meno potenzialmente. Può scegliere di cambiare. Di usare parole nuove. Di azzardare. Di rischiare. Di conoscere altro, un sacco di altro. Può decidere di rubare tutto, da tutti, a prescindere da ambiente, convinzioni e status. Può decidere di crescere, di vivere intensamente, cacciandosi dentro fino al collo, anzi di più, in quello che gli accade. Può avere voglia di capire se stesso e chi ha di fronte. E di parlare. E di ascoltare. Di mettersi a nudo. Di litigare anche. Di fare un passo avanti e ottantamila indietro. Di correre. Di sedersi e respirare.

Sono questi gli individui migliori. E sono migliori non tanto per quello che fanno, o per i risultati che raggiungono (anche se pare centrino parecchio), ma perché stanno meglio.

Di chi? Meglio degli altri, di quelli che non si fanno domande perché hanno già tutte le risposte, o perché comunque non gli interessa averne di nuove. Queste persone, quelle che io definisco “migliori”, dormono meno e meno bene degli altri. Lavorano spesso di più o con più intensità, a volte guadagnano di più, ma anche quando guadagnano meno, il loro profitto li rende felici.

Forse sono pochi. Di sicuro non la maggioranza. E non essendo la maggioranza, capita loro spesso di incontrare persone che non li capiscono. Che li guardano con sospetto. Magari ne sono affascinati, magari ci si avvicinano anche, ma alla lunga ne sono spaventati, quando non schiacciati.

Io, di persone così, ne ho incontrate parecchie. Davvero tante. Quasi tutte sono ancora con me, più o meno vicino. Ognuno di loro, anche chi se ne è andato, mi ha lasciato qualcosa.

La verità è che qualcuno di noi cambia sempre, in continuazione. Come l’acqua, che non è mai la stessa, in perenne movimento. E qualcun altro, invece, pensa di essere un sasso e aspetta solo che accada qualcosa.

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