Meno tattica, più cultura: questa è la mia banca.

roberta amidani convegno mediolanum progresso

Sapevo del convegno da due settimane. Era segnato sul calendario del mio IPad e sincronizzato con posta elettronica e iPhone.

Mio figlio, dopo una giornata in piscina dai nonni e rientrato alle sette (un’ora prima dell’inizio) era talmente stanco da non avere più voglia di accompagnarmi all’appuntamento per il quale, essendo lui un piccolo e curiosissimo individuo assetato di sapere, fino al giorno prima, addirittura scalpitava.

Per convincerlo gli dissi solo: “non posso prometterti che ci divertiremo, non so nemmeno se ci saranno altri bambini, ma credo che sarà interessante e forse stasera scopriremo qualcosa che ancora non abbiamo letto da Kaku*.  Magari sul mantello dell’invisibilità. O chissà, magari perfino sul teletrasporto!”.

Entrati in sala, il mio bambino prese posto in seconda fila e lamentandosi con me perché non riusciva a vedere bene, si sentì cedere il posto dal Direttore Commerciale Italia, che si alzò facendo sedere lui in pole position. Al fianco del Presidente.

Il relatore, Giancarlo Orsini,  parlò per due ore e mezza.

Esplorò, senza quasi orsini mediolanum roberta amidani convegno progresso bresciamai prendere fiato, le meraviglie del progresso e ci fece vedere evoluzioni di cui fino a pochi anni fa nessuno (di noi comuni mortali) avrebbe nemmeno osato parlare:  tra auto ad aria, nano-tecnologie impiegate nella chirurgia, esoscheletri in grado di far camminare gli infermi, pillole autodiagnostiche, cellulari che diventano ecografi e mille altre meraviglie da togliere il fiato, il convegno sembrò durare dieci minuti.

 

Ci parlò di demografia, mostrandoci in tempo reale, le variazioni numeriche del pianeta, e la sua crescente, impressionante connettività e  socialità. Parlò di Zuckerberg e della nascita di Facebook, di Twitter, di Martin Cooper e della prima telefonata da un cellulare. Ci fece vedere quanto il mondo sia sempre più connesso e sociale e interattivo. E mai, in due ore e mezza, nemmeno per un momento, il relatore sembrò esortare i presenti (per la maggior parte già clienti) a investire di più, o a scegliere loro. Parlava di progresso, citava  – fra le righe – l’importanza della diversificazione e smontava una dopo l’altra, ridando loro equilibrio, le mezze verità (denunciate come dogmi) dalla passione dei media per i terremoti e gli scandali.

In  chiusura ci mostrò una cosa di cui avevo soltanto letto in “Fisica dell’impossibile”, uno dei più sconvolgenti libri dell’ultimo anno, scritto da  Michiu Kaku (fra i link, il sito del fisico) dal quale avevo appreso dell’avvenuto teletrasporto di un fotone da una parte all’altra del Danubio.

Mostrandoci un fischietto, di quelli di plastica, da bagnino, per intenderci, ci disse che un altro fischietto, uguale a quello che teneva fra le mani, stava per arrivare da Vicenza, fino a Brescia, fino alla sala del nostro convegno. Indicò un cubo metallico, sistemato su un tavolo ai lati del palco e ripreso da una telecamera che lo proiettava sullo schermo di fronte a noi. Ci disse di guardare attentamente e di attendere che il fischietto Vicentino si MATERIALIZZASSE nella scatola.

Per chi stava seduto nelle file alle mie spalle era visibile solo dal maxischermo, ma per noi, nella prima e nella seconda fila, il macchinario era a portata d’occhio e non riesco nemmeno a descrivervi l’effetto che mi fece, che ci fece, vedere DAL VIVO, in diretta, davanti a me, a pochi metri, la reale materializzazione di un solido. Una cosa di plastica che prima non c’era si stava letteralmente creando dal nulla, millimetro dopo millimetro, solidificandosi davanti ai nostri sbigottitissimi occhi. L’impossibile, quello che per me fino a pochi secondi prima era ancora classificato come un’impossibilità di secondo livello, stava diventando non solo possibile, ma già realtà.

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Quella sera andò a letto tardi, tardissimo, mio figlio, dopo il convegno. E per quanto non avesse scuola, essendo in estate, e potendo quindi dormire di più, la mattina dopo si svegliò dicendomi “ ma ti rendi conto, mamma, di quello che abbiamo visto ieri?

Questa è la mia banca, pensai io.

Queste sono le persone, sono gli uomini che io ho scelto per custodire i miei soldi.

Sono gli uomini che si alzano e cambiano posto per lasciare che un bambino di otto anni non si perda nemmeno un’immagine di quelle proiettate. E che mi invitano ai convegni ma non parlano di soldi, ma di progresso. Che non pressano i clienti, non li inseguono, non li tampinano, ma li coltivano, giorno dopo giorno.  Che non fanno cross selling spietato, ma diffondono cultura. A me, a mio figlio, all’amica  che ho potuto invitare e a loro, che spendono più di chiunque  altro sulla ricerca e sulla formazione.

Link:

Per sapere di più su Michiu Kaku, il fisico dell’impossibile: http://mkaku.org/

Per scoprire (e magari diffondere) le ultime novità del progresso:  http://www.guardailtuofuturo.net/

 

3 pensieri riguardo “Meno tattica, più cultura: questa è la mia banca.

  1. volevo con tanto tanto tanto riconoscimento ringraziarti per questo tuo bellissimo racconto… Io sono un family banker di questa Banca “meno tattica” e i tuoi commenti sull’evento, a cui ero presente, mi hanno riempito di entusiasmo e soddisfazione !! Spesso si cerca di fare veramente il massimo per dare al proprio cliente un servizio di qualità ma soprattutto tanta attenzione.. La soddisfazione più grande è sicuramente vedere i propri clienti entusiasmati da queste serate ( soprattutto in un momento in cui il pessimismo dilaga in ogni luogo ) ed ovviamente vedere che ti affidano i loro risparmi e cioè i loro sogni/obiettivi da custodire e/o ,a volte, costruire. Ti assicuro che anche leggere pensieri profondi e sinceri come il tuo riguardanti l’attività che faccio e l’istituto che rappresento è cmq sempre un grandissimo onore e piacere.
    Un sincero saluto ed ancora un grandissimo Grazie di cuore.

    Gigi Colosio

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    1. Grazie Gigi, sappi che quello che muove me e guida le mie scelte – non solo come consumatore, o come utente, ma anche come essere umano – è l’emozione, prima dei numeri (che pure contano). E che tale emozione arriva solo dalle persone, mai dalle aziende: è alle persone che io dico grazie. Alla loro capacità di ascoltarmi, cogliere i miei bisogni (anche prima di me) e fare del loro meglio per farmi stare bene. Il benessere di domani, poi, sono convinta passi attraverso la crescita culturale e la ricerca di oggi. Ecco perché quel convegno mi è piaciuto tanto…

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