I puntini di sospensione sono tre. Ma se diventano cinque o sei, non prendi fuoco.

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  1. “Qual è” si scrive senza apostrofo.
  2. Colour in UK ha la u. In America no.
  3. Dopo il punto si usa la lettera maiuscola.
  4. I nomi comuni, all’interno di un periodo, si scrivono in minuscolo (ma il “Capo Supremo” di Fantozzi aveva una targhetta sulla porta che recitava: “Direttore Naturale, Gran Mascalzon., Lup. Man., Pezz. di Merd., Dottor Barambani”).
  5. I puntini di sospensione sono tre e di norma si fanno seguire da lettera minuscola.
  6. Ogni lasciata è persa.
  7. Non ci sono più le mezze stagioni.
  8. I parcheggi in centro non si trovano più.
  9. Mogli e buoi dei paesi tuoi.
  10. Chi diceva non sarebbe mai diventato premier è diventato premier e chi giurava se ne sarebbe andato se non avesse vinto alle Europee ha perso ma sta ancora al suo posto.

Ecco. Perfino una monomaniaca (sfigata e in via d’estinzione) della lingua come la sottoscritta, che fino a ieri rabbrividiva a ogni mitragliata di puntini, si rattrappiva su se stessa leggendo un “ringraziarLa cordialmente” o vedendo accenti gravi al posto degli acuti e viceversa, ora, da oggi, probabilmente grazie alla naturale saggezza che si dice accompagni lo scorrere del tempo, riesce (quasi) a far finta di niente.

La lingua è mobile. Dinamica. In continua mutazione. Ciò che questa mattina, leggendo i giornali, ci pare normale, solo 5 anni fa non solo avrebbe gettato nello sconforto i puristi della grammatica, ma avrebbe quasi sicuramente fatto storcere il naso a ben più d’un lettore. Le parole cambiano. Ogni giorno. Ne entrano di nuove. Si generano allacciamenti e innesti da altri idiomi. Lo slang s’infila nel parlato, fa tendenza, diventa comune e arriva nei dizionari.

(Ri)leggiamo Robbins, Lansdale, Palahniuk e Leyner. Impariamo a memoria Foster Wallace, riducendo le sue pagine a veline consunte, trasparenti. Veneriamo Calvino. Conosciamo il manifesto di Marinetti. Citiamo scene intere di “Star Wars” (e “Balle spaziali”). Sappiamo anche che “50 sfumature di grigio” ha venduto più copie di Harry Potter, che Dan Brown sta a Quasimodo come l’elefante all’atomo di una formica. Che i magazine spazzatura reggono le case editrici.

Ma scandalizzarci ci rende solo più vecchi. Non certo più intelligenti.

La mail, fino a una quindicina d’anni fa, forse venti (ma non controllo, quindi prendetemi così), arrivava nella cassetta della posta, non dentro al computer, al cellulare o al tablet. La prima telefonata da un apparecchio mobile risale a tre anni prima della mia nascita e fu fatta da un signore sconosciuto ai più, che di nome faceva Martin e di cognome Cooper, come la Mini. (Lo so perché quasi un anno fa, sono stata invitata a un convegno sul progresso, tenuto da quell’idolo di Giancarlo Orsini per Banca Mediolanum. Ma per prudenza ho verificato che il nome fosse giusto).

L’essere umano, in mezzo al mondo che cambia, ai social che informano, ai siti che stanno per diventare obsoleti, alla velocità di trasmissione/condivisione dati, resta COMUNQUE umano. Emotivo. Emozionabile. Istintivo, empatico, un po’ pecora (lo spiega bene Canetti, nel suo “Massa e potere”). Se usa otto puntini, o una faccina, o inventa parole (o sintassi o espressioni) che non esistevano (fino a prima che le dicesse o le digitasse), non è da mettere alla gogna. Non va punito. Non deve far impallidire quelli come me (e chi mi assomiglia). Va osservato, piuttosto. E capito. Il mestiere di quelli come me, artigiani della parola, galoppini del marketing e coltivatori diretti di contatti, impone tolleranza, spirito d’osservazione, apertura.

Se il tuo cliente, se il mio cliente, scrive una mail tutta in maiuscolo, o ha il tab bloccato (e non lo sa sbloccare), oppure ti sta dicendo (mi sta dicendo) qualcosa. Magari ha paura, è teso, è preoccupato. Allora urla. E quando uno urla, se ti metti a urlare pure tu, o ti arrabbi o ti offendi, hai finito, no? Se invece lo ascolti, senti bene quello che ha da dirti, non lo contraddici, non lo attacchi, ma lo conforti e gli dimostri di essere sul pezzo, forse una chance la trovi.

Ecco perché è inutile fare la cara salma. Ostinarsi. Ancorarsi alle regole. Puntare i piedi sul numero dei puntini. Il mondo cambia. La lingua pure. Il linguaggio non verbale parla più di quello verbale, anche per iscritto. E tocca aprire gli occhi e farsene una ragione, perché la terra non sta (più) al centro dell’universo solo da mezzo millennio,  e mezzo millennio, su 200.000 anni di storia del Sapiens-Sapiens, credetemi, è un granello di sabbia sul fondo di tutti gli oceani della galassia.

Sun Tzu, nell’Arte della guerra, insegna a usare sia la forza del nemico, sia la tua debolezza. Come nell’aikido. Insegna a guardare. A studiare. A preparare. Dice che se non conosci, hai già perso. Se non ti prepari, puoi anche mollare. Che se non tieni gli occhi aperti, ti conviene andare a casa.

E, sì: i puntini di sospensione dovrebbero essere tre e se ne vedi sei, o sette in un periodo, magari informale, magari su un social, magari messi lì per enfatizzare, giocare o banalmente parlare la lingua del tuo target, non prendi fuoco. Giuro.

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2 pensieri riguardo “I puntini di sospensione sono tre. Ma se diventano cinque o sei, non prendi fuoco.

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