Scegliere il lavoro perfetto, stare da dio e crescere ogni giorno. Grazie a chi ti sceglie.

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Quanta gente conosci che si lamenta di quello che fa? Quanta di quello che ha/guadagna/ottiene?

Io tanta. Compresa me stessa, devo dire. O meglio: compresa me stessa, fino a che non capii (davvero) come per trovare il lavoro perfetto dovessi prima capire quale fosse. Per farlo, usai il congegno più straordinario che ogni essere umano ha a disposizione (con diversissime capacità d’impiego). Chiusi gli occhi e con la mia macchina del tempo cerebrale, tornai a quando ero una nana, andavo all’asilo e passavo ore intere seduta su un vecchio trono della casa della mamma, immaginandomi intenta a dare udienza al mio popolo e a scrivere editti. Alla domanda “cosa vuoi fare da grande“, mentre le mie amichette sognavano di fare le ballerine, le attrici di Kiss me Lycia o le astronaute, io, dal mio trono imperiale di broccato arancione, manco a dirlo, rispondevo: “La regina.”

“La regina?” – mi dissi, focalizzata sulla mia scelta – “Bello, sì, certo, ma un po’ impegnativo, pensando al momento storico e alle mie capacità: occupare un regno esistente (tipo il principato di Monaco, o l’Olanda, per esempio), nonché fondarne uno da zero, potrebbe rivelarsi un’impresa irrealizzabile“. Messe dunque da parte  le mie aspirazioni reali – mi concentrai sulle mie reali aspirazioni (la proprietà commutativa vale solo in matematica) e iniziai -banalmente – a chiedermi: “Cos’è che sai fare? Cos’è che ti piace fare?” 

Risposi “fare la mamma“, “scrivere” e “leggere”.

Così – di pancia – decisi. Di fare la mamma  E di scrivere. E – ovviamente – di leggere. Poi, usando (di nuovo) la testa, iniziai con l’identificare i miei target. Scoprii in mio figlio (generato con la sostanza del padre + 34 settimane di gestazione), il mio primo target e mi resi conto di quanto lui (Giovanni, nove anni lo scorso 10 febbraio), avesse bisogno di tempo, attenzioni e benessere.  Trovai il secondo in un “affinity-group”, fatto di uomini e donne con poco tempo, discrete possibilità e grandi sogni. Per nutrire il primo, capii di dover soddisfare il secondo. E iniziai così a ficcare il naso nella rete per capire come. E trovai una nicchia (quella del ghost writer e dell’editor), in cui, dopo aver valutato i competitor e l’ampiezza del mercato, m’infilai a testa bassa e cuore aperto, trasformando il sogno che avevo da piccola in una professione. Con la P maiuscola.

Iniziai chiedendo aiuto e supporto ai “colleghi ghost writer”, in ogni città d’Italia. Capii ben presto come il mio ottimismo (unito alla speranza di fare, in qualche modo, cartello) fosse infondato a dir poco utopistico e – da sola – quindi, costruii un sito.  Del resto, mi dissi, scrivevo per altri dagli anni dell’università e scrivere mi veniva bene, mi veniva da dio, mi veniva addirittura meglio che parlare (chi mi conosce, sa che la lingua non mi è mai mancata).

Usai su me stessa la scienza del marketing che applicavo per i miei clienti. Lavorai sul sito, usando parole semplici e chiavi di ricerca umane, espresse nella forma di chi cerca e non da chi spera di essere trovato. Decisi di essere chiara e mettere in chiaro pure i prezzi di partenza, per dare modo ai miei potenziali clienti di avere – da subito- un range di riferimento.

Reclutai altre penne. Ancora prima di avere il primo cliente. E le selezionai con una serie di esercizi di stile, per testarne le capacità adattive, i tempi e lo stile. E il feeling. (Fondamentale). E, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, iniziarono ad arrivare le prime richieste. I primi incarichi. I primi contratti. 

Ora, oggi, un sacco di tempo dopo la pubblicazione dello Scrittore Fantasma, io so di aver fatto la scelta giusta. E lo so non solo per il fatturato che cresce (alla facciaccia di chi si lamenta ma non si muove di un pelo), ma per il benessere che la mia scelta mi porta, ogni giorno, dandomi modo di conoscere e incontrare e leggere persone e geni (tra l’altro, tutti vivi) e storie straordinarie, uomini, donne e ragazzini meravigliosi (dai 15 agli 86 anni). 

Per vivere, io, oggi, faccio quello che volevo fare da piccola. Per vivere, io, oggi, faccio la regina. E sono REGINA di un regno infinito, senza confini, senza frontiere, senza limiti. Ho il potere di scrivere storie. Di fare in modo che le mie storie arrivino in tutto il mondo, senza nemmeno metterci la firma, ma continuando, riga dopo riga, a metterci faccia, cuore, stomaco e – soprattutto – cervello.

E sono, oggi, incredibilmente felice. (Per la scelta che ho avuto le palle di fare e per il culo, sfacciato e infinito, che ho – ogni giorno – di innamorarmi di chi mi sceglie, come ghost, semplice consulente marketing, editor o datore di lavoro).

Già. Basta poco, alle volte, no?

 

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