La storia di Mazi

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La storia che sto per raccontarvi viene da lontano e per arrivare qui ha avuto bisogno di molto tempo, di un sacco di soldi, di fatica e umiliazioni.Il protagonista di questa storia ha un nome con la zeta, che nella sua lingua si legge G. 

Lui si chiama Mazi, ha trent’anni, è originario del Pakistan e vive in Italia da quasi un anno. Come lui, qualche decina di migliaia di altri. Prima di lui, come lui, noi, cinquant’anni fa, quando partivamo da Genova alla volta di NewYork o da Salerno per Milano, verso la Tedeschia. In cerca di fortuna. In cerca di un’alternativa. In cerca di cibo. Vita. Futuro.

Ieri, Mazi su una spiaggia deserta (perché isolata, piena di alghe e sassi) della Sardegna, si è fermato davanti alla nostra tenda berbera numero tre (quella delle giornate molto ventose). Aveva con sé un espositore di occhiali, braccialettini e collanine ricavato da un grosso coperchio ricoperto di scotch marrone e uno zaino. Indossava ciabatte con gli strap di quelle che tengono fermo il collo del piede, braghe al ginocchio e una maglietta. Dopo avergli comprato un elastichino per i capelli, verde, gli ho chiesto da dove venisse. Lui ha appoggiato l’espositore, si è seduto e ha iniziato a raccontare.

Per arrivare qui, ci ha detto, di aver speso più di dodicimila euro. E ci ha spiegato perché.

I più ricchi/furbi arrivano in Italia, o in un altro Paese, e aprono un ristorante o un negozio o una piccola azienda agricola per attrarre connazionali. Il business non è l’attività in sé, ma la possibilità di farsi raggiungere da altra gente, dietro lauto, anzi lautissimo compenso. Se il passaggio è diretto, dal ristoratore all’emigrante, il prezzo parte da poche migliaia di euro. All’aumentare dei mediatori coinvolti, il costo lievita. Per pagarlo, chi vuole partire, vende casa, terra, tutto quello che ha. Chiede prestiti e s’indebita coi parenti. 

Mazi fino allo scorso giugno faceva il cameriere in un ristorante di Venezia, dallo stesso illuminato imprenditore cingalese che l’aveva fatto arrivare qui. Poi, dopo qualche mese senza stipendio, si è licenziato e ora tenta la fortuna sulla costa low profile dell’isola. Vende oggettini di basso valore, in linea con il target, e tra un chilometro e l’altro delle due dozzine che percorre ogni giorno, ci dice, ne vede di tutti i colori. 

Il giorno prima, racconta, in uno stabilimento della Pelosa, un suo amico è finito in ospedale e un Italiano nell’auto della polizia. Il venditore ambulante aveva detto “Prego”, mostrando la merce al panzone.

“Prego un cazzo. Vaffanculo.”

“Scusa, signore. Solo prego. Perché vaffanculo?”

“Ho detto fuori dai coglioni. Se non te vai mi alzo.”

Il venditore si era scusato, ma il Panzer era già in piedi. A quel punto, anche il ragazzo cominciava a perdere un po’ del proverbiale aplomb indiano, chiedendo, questa volta con meno garbo, perché fosse tanto stronzo. Gli Italiani intorno alla scena non intervenivano. La moglie del ciccione restava in disparte. Il nostro amico Mazi, a pochi metri, osservava tutto, cercando di richiamare il connazionale al buonsenso. 

“Com’è finita, Mazi?”

“Testata, Signora. Italiano ha dato testata. Amico sangue naso e testa.”

“E poi?”

“E poi polizia portato via in macchina.”

“Ma chi? L’Italiano, vero?”

“Sì, sì, Italiano via. Amico lavoro.”

A fine estate Mazi se non troverà un’alternativa, tornerà a casa, in Pakistan. Solo che una volta là, lui, non avrà più una casa. Solo debiti.

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