Gli isolani.

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L’Asinara è un’isola lunga venti chilometri. Sta di fronte a Stintino, punta nord ovest della Sardegna.

Nell’elenco delle isole Italiane sta in settima posizione.

Mentre io e la mia truppa ci stiamo arrivando su un granchio gigante che vola sull’acqua, un amico (di mia sorella), descrivendola come un sasso disabitato, arido, secco, inutile e sperduto (per quanto bagnato da un mare caraibico), mi chiede:

“Per 5 milioni, ci staresti 3 anni?”

“Da sola?”– domando.

“No, ci puoi portare tuo figlio.”

“E internet c’è?” – m’informo, già vedendoci intrecciare scambi con i turisti, vendere monili e canne da pesca fatte a mano, curare un orticello, imparare a pescare. M’immagino scrivere, seduta sulla veranda di una casa colonica da ristrutturare, con le persiane blu, a pochi metri dalla roccia. E vedo lui, mio figlio, leggere e gironzolare per l’isola, giocando a Robinson Crusoe lui, e a Flò, da grande, io.

Prima che riesca ad aprire bocca, mio figlio risponde: “Cevto che ci andiamo, mamma, solo che…chi è che ce li dà cinque milioni per venivci?

Un ragazzo a bordo, con le vene a vista e il corpo pieno di tatuaggi neanche fosse uscito da Educazione Siberiana, ospite come noi del catamarano, s’intromette e dice: “Se c’è la palestra, io ci sto”

“Non ti serve la palestra. Hai le rocce da spostare e puoi correre come Rocky sulle montagne.” – rispondo, trattenendo un ciclo di insulti in loop. 

“Ci andrei gratis. Se il parco mi concedesse l’uso dell’isola, della casa (a patto di rimetterla in sesto) e se avessi la possibilità di consegnare la mia posta ai turisti, in estate, e ai guardiani, nel resto dell’anno.” – alla fine rispondo all’amico di mia sorella.

Mi guarda perplesso, questo distinto signore, occhio azzurro, polo rosa, chioma candida e modi gentili. Non mi crede, spiega, e immagina che ne morirei, che dopo poco rinuncerei e fuggirei via.

Non mi conosce, il gentleman. E non sa quanto io ami la solitudine, l’isolamento. Non sa che scrivo, lui, e che per quanto il web sia parte preponderante del mio lavoro e della mia vita, se potessi avere mio figlio con me e carta e penne e saltuari contatti con i visitatori, per tenere il filo con il continente, anche senza WiFi, mi fermerei oggi stesso. Senza nemmeno tornare a prendere un pettine (che comunque non uso) o le scarpe da ginnastica (che potrei comprare in cambio di gadget) o le millemila cose inutili che ogni volta che cambio casa, per un anno o per un mese, mi tocca spostare.

Mi fermerei, sì. Subito. E mi piacerebbe infischiarmene delle imposizioni, degli usi, del non si fa, degli impegni, dei “Ma vorrai scherzare” (che già mi sento nelle orecchie), dei calendari, della Tares, degli F23 e ventiquattro e venticinque. Fermarmi, qui, su questo sasso, con mio figlio, che parla, esplora, ride, mi abbraccia, mi fa il solletico, si preoccupa, mi protegge. Io e lui. Qualche guardia marina in inverno, i volontari del centro delle tartarughe, qualche turista in estate. Nessun’auto.

Niente tacchi.

E niente trucchi. 

Solo lui, mio figlio, e io: isolani volontari. 

 

 

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