Non sono uno scrittore.

– «No. Non lo sono».

– «Come no? Tu SCRIVI, giusto?»

Sì, scrivo. Scrivo tanto. Scrivo sempre. Di qualunque argomento (o quasi).

MA. NON sono uno scrittore. Per almeno un sacco di motivi.

Primo. Perché nel caso, sarei UNA SCRITTRICE.

Secondo. Perché tra ESSERE e FARE c’è un abisso e nella fattispecie il mio  abisso corrisponde alla sigla identificativa della mio VIES, alias partita IVA internazionale, aka Stato di provenienza/residenza. Non iniziando con la U di IuChei, né con quella di IuEssei, ma con la I seguita dal (forse) Paese più bello del mondo e dal (sicuramente) popolo più creativo e meno commerciale della galassia, i miei libri, quelli scritti da me senza che nessuno mi pagasse per farlo, fanno la muffa nelle caselle spam degli editori.

«Ma come? Con tutti i clienti che hai? Non ci credo che non ci sia nessuno che possa presentarti a un editore!»

E invece credici. E non perché te lo dico io, ma perché anche ci fosse (e non dico non ci sia stato) qualcuno disposto a provarci, non è che possa poi spingere. Mi spiego meglio: tu paghi un tizio (in questo caso una tizia, per un totale di tre tastiere sullo stesso libro) perché trasformi la tua idea in un prodotto editoriale fatto e finito. Lei te lo consegna, tu lo leggi, poi lei (loro) sistema quel che deve e tu lo mandi in giro finché un editore non te lo compra. Fatto? Bene. Passa del tempo. La tizia ti chiede di darle una mano. Ha scritto un libro suo (e già a te un po’ rode e un po’ spaventa) e vorrebbe tu le presentassi il tuo editore.

Primo inghippo: come diavolo li metti in contatto? Se lo fai rischi grosso. Lei è un fantasma. E tu uno scrittore. Magari esordiente. Com’è che la conosci? E – soprattutto- perché dovresti spingerla? Metti il caso poi diventi famosa, ti servisse di nuovo, tutta ‘st’interesse ti si rivolterebbe contro. Di sicuro in parcelle. Probabilmente pure in sospetti. Meglio di no. Meglio far finta di niente, e andar via lisci.

Se invece decidi di provarci, il massimo del massimo che puoi fare è un contatto vago. Magari sentito ma poco trasmesso. Puoi dire che conosci una tizia, che sai come lavora e che ti limiti a segnalarla. Di più non puoi. Già è tanto così. Insistere è escluso.

Morale della favola: la tizia fantasma non ha contatti. E non li ha in un settore disastrato in cui le case editrici che non appartengono ai tre colossi falliscono in loop. Le altre si fondono.

Perché qui, qui da noi, un lettore forte è un tale che legge almeno un libro l’anno, capito?

Fermo là! Magari stai pensando che il libro in questione non sia granché, che la tizia scriva robetta. E ci può stare. Il problema della tizia è che ha mandato la sua robetta (quella scritta senza che nessuno la pagasse, per inciso) a 30 autori quotati. Non a un paio. Non ai 12 con i quali è più in confidenza. Ma a trenta. Da tutti, nessuno escluso, ha ricevuto approvazioni.

Trenta bugiardi? Trenta timidoni? Trenta ipocriti che non hanno avuto il coraggio di dirle “lassa sta”?

Tutto può essere. E il suo contrario pure.

Che poi la Tizia,’sta volta maiuscola, abbia qualche Strega nell’ombra e qualche botta di derriere a sei cifre, non è importante ai fini dell’essere e della sottile quanto importante differenza con il fare.

Perché?

Perché la tizia continuerà a fare quello che oggi non le riesce di essere. Continuerà a gongolare in silenzio, a soffrire per umiliazioni gratuite, a ridere sentendo autori che quasi non ricordano le loro stesse trame. A ricevere whatsapp con sei file di grazie senza copia e incolla. E, soprattutto, ad adorare che qualcuno la paghi per fare quello che le piace di più.

Un pensiero riguardo “Non sono uno scrittore.

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