Sono pazza ma il merito non è tutto mio

Luigia Amidani.jpg
Molti non sapevano. Qualcuno sapeva ma non c’è stato lo stesso, preso da altri “precedenti” impegni o distratto pur essendoci. Qualcuno ha inteso, ma non ha chiesto. Qualcun altro se n’è sbattuto allegramente, as usual, mandando le solite mail sgrammaticate e prive di buona educazione senza nemmeno preoccuparsi di buttar là il più becero dei ‘ciao/come stai’.
Intimidazioni pseudo-professionali, le chiamo io, quelle mail lì, travestite da mano indaffarata (tanto indaffarata da non riuscire a cacar fuori un ciao? Ma dai, pu-ccotèsia!) che appena lette, già dal telefono, mi si trasformano in istigazioni al vaffanculo per direttissima.
Sono stata zitta. Immobile. Non ho risposto.
Altri hanno parlato, scritto, urlato, detto qualche minchiata (in buona fede), versato una lacrima o una cisterna. Alcune vere, altre meno.
Non ho commentato.
Qualcuno, con mezza riga, o di persona – anima, sudore e organi – mi ha ricordato che anche se pure io, come chiunque, come lei, morirò sola, per il momento non lo sono.
Io ho promesso a me stessa (e al parentado) che ringrazierò chi c’era. In memoria di chi se n’è andato.
Ho anche giurato (a me stessa, che al parentado non sarebbe servito) che non mi sarei fatta prendere dalla ‘thrillerologa’ che ho fra i coglioni.
Dopo una notte a fare congetture (una più apocalittica dell’altra, sebbene non prive di argomentazioni), ho smesso. 
Di condividerle.
Che abbia con me un vasetto di pillole per farle analizzare, ai fini dell’indagine, è un dettaglio trascurabile.
Tra una pratica e l’altra, nel frattempo, ho pianto per lei, ma soprattutto ho pianto lacrime che non sapevo di poter piangere per un uomo che non sapevo potesse piangere, che non credevo avrebbe mai pianto, che non avevo visto piangere mai, dal 1976 a ieri.
Ho pianto per il male di chi è rimasto, per il male di oggi, nuovo, e per quello vecchio di anni,  tenuto sotto naftalina e dentro a buste senza ossigeno fino a quando un forellino piccino picciò ha portato a riva lo tsunami e lo tsunami ha invaso la stanza e la testa e i miei occhi del cazzo.
Ho pianto per chi si è visto sparire sotto il naso una zia strana, stramba, strampalata from the beginning che mi arrivava in ufficio a tradimento e che, chi c’era c’era, attaccava il suo monologo, travestito da dialogo, e snocciolava ora l’uno ora l’altro dei suoi due argomenti preferiti. 

Per non ascoltare il prete e i canti e la puzza d’incenso e il clima che dal matrimonio al funerale sempre funesto resta, ho visto lei.

L’ho vista arrivare a trovarmi a Collio, con un paio di pantaloncini di jeans e un sorriso in formato mongolfiera il secondo e dirigibile i primi. L’ho vista felice, a tavola, con gli occhi negli occhi di quello che per lei era il suo ragazzo. L’ho vista sposarsi, mille anni fa. L’ho vista arrivare di sera, tardi, da mamma e papà, perché aveva paura. L’ho vista piangere, appena smesso di avere paura.
L’ho vista abbronzata, paffuta e agitata.
Ho riso.
L’ho vista dagli anni Ottanta fare i capelli alle cariatidi che andavano nel suo negozio, quello dove mamma ogni tanto (chissà perché) mi parcheggiava e io giocavo con i bigodini.
L’ho vista al suo funerale nella parole della Jo, che se l’è immaginata dire a san Pietro che Luciano non le aveva pagato i contributi, il birbantello.
Ho riso un sacco.
L’ho vista al battesimo di Gio, arrivare con un sacchettino per lui con dentro un paio di jeans scuri e un maglione da Freddy Kruger, però con le righe arancio e grigie.
“Li ho presi un po’ in crescita – mi ha detto – che così li mette per un po’”
I jeans, forse, inizierà a metterli quest’anno. Il maglione lo porto io. Mi sta un po’ largo ma mi piace.
Ho riso di nuovo.
L’ho vista entrare dentro a un forno, ieri, come una torta.
Nemmeno io, cinica di merda, sono riuscita a ridere.
Mi sono ripetuta che non si sarebbe mai svegliata, che eravamo tutti sicuri che non si sarebbe mai svegliata sulla teglia, in fiamme. Che io non l’avevo vista, prima che la chiudessero, ma che gli altri sì e non c’erano dubbi.
Ho dato ragione a chi ha detto che polvere siamo e polvere ritorneremo, dalle sacre (minuscolo) scritture alla boccuccia di una nipote che da sola, sulla scena del crimine, a ventidue anni scarsi, ha imparato a organizzare un funerale. 
Ho visto lei mangiare, a natale, con noi, e ho cucinato per suo fratello:
“La ghera de morer me sorela per fa na mangiata isè”.
Ho aspettato. Ho respirato.
Sono stata muta come il pesce che avevo cotto al cartoccio.
Ho immaginato il dolore degli altri, quello diretto, direttamente causato dalla perdita della sorella/sorella del marito/zia. E quello indiretto, ‘qualunquemente’ inutile eppure presente, che richiama altre morti, compresa la propria.
Ho portato via la spazzatura, seminandola nei cassonetti di quella mezza città (zona nord) in cui ancora si può. Con nonchalance. Puzzolente, sudata, mogia come il gattone che voleva Massimo ma alla fine, niente, ha vinto il buon gusto della moglie.
Ho tenuto tutte le fotine, quelle che di solito si danno ai parenti. Tutte io, tutte in borsa. Le ho trovate tornando a casa.
Ho scoperto per caso di essere sicula, per metà*: da un incontro sui sepolcri, è saltato fuori che il nonno Flaviano, babbo del mio omonimo babbo, non sarebbe stato affatto un autoctono di Pralboino, ma un immigrato siciliano, arrivato dritto dritto da Sciacca.
Sciacca, capito? Sciacca, di Girgenti, mica Bolzano sud. Da Vienna a Sciacca ci sono 2.111 km. Se faccio una media tra nonno paterno e nonna materna, sono Romana per interpolazione, Viennese per vocazione, Siciliana in quanto a carattere e Napoletana per simpatia.
Ho scoperto che l’INPS non si può dimenticare mai, nemmeno da morti.
Che se muori, qualcuno per te deve scrivere: all’INPS, alla RAI (per disdire il canone) all’ANIA (per sapere se avevi assicurazioni), all’Ordine dei Notai.
Ho visto che non aveva bicchieri, non a portata di mano. Per dar da bere a mamma, ho lavato una tazza da latte.
Ho visto che non c’erano piatti nell’acquaio. E che le pentole erano state lavate.
Ho visto il letto rifatto. Le tavolette dei due bagni alzate.
Ho fumato una Lucky con mia cugina. Ho visto il suo bambino. Per la prima volta, in foto.
Ho preso due tazzine da caffè.
Lei il caffè non lo poteva bere. Soffriva d’insonnia da una vita. Quando nemmeno io dormivo più di tre ore per notte, mi aveva consigliato delle pastiglie. Io non ne avevo mai prese. Lei sempre. Forse troppe.
L’ho vista pettinare Gina Lollobrigida; l’ho sentita dire “…Che pelle! Che pelle, una bambola!”
L’ho vista tagliarmi i capelli a scodella, che come lo faceva lei, nessuno. L’ho vista mentre mi guardava con i capelli lunghi, poi corti, poi biondi, di nuovo neri, rossi, marrone-morto e nero-bruciato.
L’ho vista mentre mi faceva il frisè alla fine degli anni Novanta e non sapeva più dove mettermi i capelli. “Sono troppi. Tagliamo?”
L’ho vista guardare Giovanni e vedere me.
L’ho vista inguainata dentro a un mio vestito bianco e lungo, con i fiorellini, “un po’ troppo scollato ma almeno non mi si appiccicano le braccia”.
L’ho vista col marsupio, con le scarpe da ginnastica, con i sandali.
L’ho vista con la mamma, sullo stesso sgabello di suo fratello.
L’ho vista a casa sua, con tutte le finestre chiuse e un caldo tipo Sierra Leone.
Ho aperto le finestre. Dalla prima all’ultima.
Ho guidato verso la casa del commiato (diventata del cognato, del costato, del contato) e ho visto l’alba dalla tangenziale est, cercando la sua elle nelle nuvole.
Ho visto le sue caramelle. Quelle che dava a me, le stesse che portava a Gio.
L’ho vista in casa di Giacomino, le ultime volte e quando lei e mamma l’hanno visto andarsene.
L’ho vista ai matrimoni. Ai battesimi. Ai funerali: a tutti, meno che al suo perché al suo era già chiusa, perché già nera. Già oltre.
Ho guardato il suo telefono. Ho visto le chiamate cancellate. Ho detto che avrei chiesto i tabulati. Che lo faccia o meno, ha poca importanza. So quello che c’è da sapere.
Qualunque idea abbiamo noi, non conta.
Valeva solo la sua.
Vale solo la sua.
Io non credo nel paradiso o nell’inferno dopo la morte. Credo nelle versioni terrene. Non credo nemmeno nella morte totale, assoluta. Mi piace ricordarmi Castaneda strafatto di pejote che ascolta don Juan parlare di realtà parallele (sono quasi sicura non fosse questa la parola). O Lucy, in chiusura dell’omonima pellicola, che dice “Non si muore mai per davvero”.
Alla fine, anche se della fine siamo solo all’inizio, ho pensato che se ho la fortuna di essere pazza, come dico sempre a tutti, fin dal primo “Piacere, RobertaGiulia Amidani Mazzanti Vien dal Mar”, il merito è anche suo. Dei suoi occhi neri come quelli degli squali, spalancati come quelli di una civetta, e del codice genetico che dal suo ramo è arrivato al mio e che mi permette di scrivere.
Nei libri che firmo e anche in quelli in cui non c’è il mio nome, ci sono io e se ci sono io, anche lei c’è.
*Per l’altra, resto Austriaca.

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