Cara Anita, penna arguta, posso dirti ‘benvenuta’?

ANITA E ROBERTA

Madaluni scrive:

«Due penne piumate e un occhio rapace

su di un lessico/abito dallo scollo sì audace.

Che siate virtuali e pure lontani

di bella, armoniosa scrittura perfetta

perbene imbastita da penna Amidani

mai non esitate a farne un’incetta!»

Amidani risponde:

«Dirondero dirondello
Il fantasma nel castello
Di lettori ne ha un milione
La fattura è rilevante
E il successo straripante
Tra pennuti e faraone
C’è da perderci il melone
Dirondero dirondello
Sotto il velo è proprio bello!
Cara Anita, penna arguta,
Posso dirti benvenuta?»

Madaluni scrive:

Toc toc, buondì.
Ti allego un (micro) esempio di mio lavoro: ritocco testuale (ma solo del programma di sala) con  annessa organizzazione-evento. Mi ci è voluta qualche mezz’ora  perché le qui presenti cartelle sono un delirio (pensare che ERO della Vergine!)  e, per evitare una jumbo mail, ho dovuto drasticamente falcidiare la photogallery di questa presentazione a Palazzo […].

[…]

Qui, nella fattispecie, trattasi di…lo evincerai da te stessa medesima.
L’accenno di materiale che ti accludo è…diciamo micro briciole rimaste sul tavolo prima di sparecchiare. Ricordo soltanto che quel giorno Roma annaspava, seminaufraga, sotto le cascate del Niagara e in giro c’era  pure Obama. Ciò nonostante gli ospiti […] hanno fatto a gara per tuffarsi sull’asfalto e raggiungerci “a remi”.

Adesso, nel frattempo, finisco un’intervista e rispondo alla tua ultima e-mail.
Poscia, torno nei paraggi.
Anzi, dato oramai lo step avanzato, perché – volendo/potendo – non combiniamo un orario  e un giorno per skypare? Mi accingo a replicarti l’invio del contatto. Questa sera?  Let me k.
Per adesso mi ghostizzo.

Madaluni scrive:

«Altra fatica MOSTRUOOOOSA!

Non tanto la prefazione (allegata) ma tutto ciò che ruotò attorno a quell’evento; tre mesi di fame, insonnia, impegno h24. Dalla pianificazione delle manifestazioni pubbliche – con annessi appuntamenti istituzionali – al loro concretizzarsi; dalle interviste/uscite stampa  (italiana ed estera) alla presenza in trasmissioni radio e tv; dalla stesura dello script per un docu-film al libro “Diari Paralleli” (di cui ti accludo il prologo). Su tutto l’assistenza a Emile (Griffith, Emilio come lo chiamava Nino), nostra personale affiancata da quella di un pranoterapeuta che lo tenesse in piedi nell’estenuante peregrinare per l’Italia.

Risultato? strepitoso! Vita e salute (mia)? Polverizzate!»

Amidani apre l’allegato, visita i link, legge e gongola:

“Come si snodano le giornate di un uomo che ha avuto più di tutto e ora rischia di naufragare nell’oltre nulla?” E, ancora: “Naufragare nell’oltre nulla” e “Compressa come il nostro muscolo cardiaco, fino alla fitta” – scrive Anita, parlando di una vita in trenta metri quadri.

Quando parla con me, al telefono, la signora Madaluni, di nome Anita (di fatto acrobata accolta e già adorata), usa sempre gli auricolari, per ‘proteggersi’, ammette. La sua voce saltella da un accento all’altro, su e giù per lo stivale, qua e là in rima. Ha occhi grandi, lei, di quelli che ti scardinano le serrature e ti spalancano per intero. Senza tende. Ha criceti veloci, tra un orecchio e l’altro. Rapaci. Più che criceti, direi che Anita ha scoiattoli volanti al posto dei pensieri. I miei porcellini d’india faticano a stare al passo, o al ramo.

È veloce. Più veloce di qualunque altra donna io abbia incontrato.

Sì. Pure più di me, ‘ché lo so che ve lo state chiedendo.

Sotto il lenzuolo, del resto, non ho bisogno di comfort. Non cerco il podio, nella gang, ma il non plus ultra. Con me, voglio gente migliore di me. Da quando ho mollato gli ormeggi (e spento i fari) per scegliere di navigare nell’ombra, ho sempre sognato una ciurma di capitani, un mini esercito di super-eroi dai quali imparare e con i quali ridere solcando acque inesplorate.

Piano piano, una bufera dopo l’altra, il vascello che a un certo punto ho creduto pura utopia, sta prendendo forma e punta al largo.

Sul ponte di questo 2016, con me, c’è Ferdinando D’agostino, poeta barbuto, asso dei social network umanizzati, Luca Secci, fantasma del palcoscenico e spettro cazzaro del migliore cabaret, Gianluca Amato, fanta-filosofo Nolano, mimetico più di un camaleonte scontornato, Tagliente Secondo, ectoplasma Elbano (che in estate s’inabissa in un teatro). Giugno e Zuckerberg mi hanno portato Anita Madaluni, tanto eclettica da sfuggire all’etichettatrice, da mangiarsela, l’etichettatrice, in un solo, raffinatissimo boccone.

Gianluca è salito dal mare con un account email creato all’uopo con il primo anniversario del rogo di Filippo Bruno, noto ai più come Giordano.

Luca Jack Secci è fa il ghostscreen-writer: la sua forza (e croce) sono le sceneggiature.

Ferdinando e Tagliente sono filtrati attraverso le maglie dell’etere.

Anita è arrivata cantando: musicista, doppiatrice, formidabile orecchio, per lei l’universo non ha parole, non è parole, ma matematica e musica.

Tagliente Secondo scrive di ingegneria informatica con il piglio di un nerd. Di economia e finanza con il timbro di un broker. Di pathos con quello di un futurista. Ordisce trame da togliere il fiato. Racconta la natura, dipingendola all’acquerello. Lucida la routine con il gergo dell’autore e del lettore per il quale mi aiuta a scrivere.

Ferdinando, che io non saluto mai per nome, ma chiamandolo Scrittore, è uno degli ultimi veri romantici: che scriva parlando di morte oppure di cifre, la sua penna sanguina e il suo lettore si scioglie.

Luca è entrato come un tornado. Le nostre conversazioni sono gag. Le nostre gag diventano monologhi.

Gianluca arriva dove io nemmeno immagino si possa: i suoi pezzi non si integrano ai miei (che a loro volta devono fondersi con l’animo di chi ci paga), ma sembrano nascere dallo stesso inchiostro, uscire dalle medesime dita.

Salto al volo, mio malgrado (e forse pure suo), Andrea il Mino Minoni, penna suprema in un physique du rôle pari requisiti e se lo salto è perché al momento scrive (cose varie: idee, piani marketing e commerciali, post, letterine, ecc. ecc.) a tempo pieno per un’azienda del suo segmento preferito.

Anita prende i miei scarabocchi e li trasforma in capolavori. Di più: mi s’infila tra le sinapsi come un seme (che chiaramente non merito) e poi germoglia.

Parla, scrive, doppia, inventa, cuce, manteca e sublima non come una scrittrice, ma come una chimica. O un alchimista, per i nostalgici.

La sua è una scienza che cresce in un laboratorio istintivo, regolato dal buon senso e reso piacevole dall’arguzia e io, che ora scrivo questo pezzo dal mio giardino, mentre piove e si respira, pensando alla rotta, alle mappe e ai viaggi che ci aspettano, sono felice.

loscrittorefantasma gruppo

 

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