La felicità è un picco, la serendipità un pacco.

1 nave coccole risate

Non è una linea la felicità, non sulla mia iSola (con la S maiuscola), non nel mio arcipelago.

È un picco. Un salto verso l’alto, lo zompo di un battito allegro e schioppettante.

È una connessione inaspettata.

Un effetto gradevole percepito come gradito.

È un suono.

Uno sguish che fa salire: ormoni e organi.

Un Tin che incrementa pulsioni e produttività.

Un Oppalà che allarga gli orizzonti e scalda i confini e sbrandella i muri.

Uno Zac che squarcia i cellophane delle confezioni protette.


Ha senso? A volte sì, altre no, ma sempre: chissenefrega.

Basta ci sia, e che arrivi e sparisca o venga e stia, di nuovo, non conta.


Da dove venga, del resto, è un altro mistero: fenomeni uguali, in momenti/posti diversi si manifestano con effetti nemmeno paragonabili.

La colpa e il merito stanno nel numero. Nel numero?

Cinquanta trilioni di cellule, e tutte senzienti, e tutte in fermento, che nascono, crescono, scelgono una forma e uno scopo, poi a volte lo mutano e muoiono.

Ma mai per davvero.


La felicità è un picco e la serendipità (*1) un pacco, che però va aperto.

Note

*1 )

La parola (*2) arriva da un certo Horace Walpole che nel 1754 la coniò prendendo spunto dai racconti dei principi di Serendippo (antico nome persiano dello Srilanka) per spiegare la capacità di fare scoperte per caso e/o di trovare qualcosa che nemmeno si stava cercando.

*2)

Avendo quasi tre secoli, con un’approssimazione del 15%, non uso il termine neologismo.

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