IL TRE STELLE MICHELIN DELLA PIADA 

Devi portare il nano dal dentista, ma siccome non ti ricordi né dove né quando, apri WA e cerchi il messaggio del suo vecchio con la fotina dell’appuntamento. Scorri fino a scendere negli inferi, poi molli e ti rassegni a cercare il suo nome. Lo trovi e scopri che l’appuntamento è per le 3 e un quarto, dall’amico del tuo ex-cognato.

All’una e cinquantacinque levi i legging e le scarpe da ginna e ti vesti come una qualsiasi quarantenne bresciana, jeans, dolcevita e tacchi, facendo finta di non accorgerti che un anno fa, i 27 ti stavano larghi.

Esci come un fulmine e ti fiondi a prendere il nano, segnando un nuovo record nella lunga lista delle tue missioni un pelo al di là dell’impossibile. Mentre guidi sotto al colle, ricevi un WA da Matteo, che tu chiami Matteo e che in realtà è un super mega professore famoso in tutto il globo*.

*[Uno di quelli che le enciclopedie citano nelle fonti, per intenderci]

Lo apri, vedi un video, sfiori la freccina per scaricarlo.

Ti fermi, che tanto sei in anticipo sul ritardo che avevi previsto.

Appena il video parte, vedi le cellule ballare al ritmo dei Pink Floyd.

Wow!, dici, e chiami Matteo, che già che ci sei potresti portare da quei tipi dell’agenzia letteraria ai quali hai dato degli unicorni, giusto ieri l’altro, mentre cercavi di capire di chi fossero i diritti dell’ultimo libro di Tom Robbins (“A Tibetan Peach Pie”).

Riparti segnandoti in agenda di mandare in stampa Matteo, perché il suo libro è una figata e non solo perché lui è un genio, di quelli come non ne fanno più, ma perché la sua storia è bella per davvero.

Arrivi davanti a scuola, parcheggi nel parco (non vicino: proprio NEL) e fai giusto in tempo a fare una Skype al volo con Gianlu e a sbloccare le portiere che il nano sale.

Appena lui si mette le cinture, tu gli dici «Canne?».

«Oggi no. Niente canne.» – fa lui, sghignazzandosela.

«Ok, figo, oggi c’è il dentista.» – gli comunichi, iniziando un’analisi SWOT sullo scenario A “pranzo a casa con nodino di vitello del pusher al burro e salvia” contrapposto a quello B, “Brother al volo”.

Vince l’opzione B, di Brother, ed è verso i fratelli che punti la macchina, salvo poi, a metà viale/percorso, rallentare quando il nano ti segnala una piadineria sulla destra e tu ti ricordi di avere voglia di piadina da tipo tre giorni, forse quattro.

Fai inversione, entri nel parcheggio e lui ti fa: «Ma il dentista dov’è che è?»

Comunicato l’indirizzo (dopo aver controllato di nuovo su WA), lui ti dice che lì vicino, più o meno circa, c’è la piadineria più buona di tutta la città. Il tre stelle Michelin della piada, per intenderci.

«Ok, andiamo.»

Rigiri la macchina, esci dal parcheggio e ti fiondi da Amarcord, vincitore del Gold Quality Award 2016 al Monde Selection International Award di Budapest e tre fogli A4 uno in fila all’altro tutti fatti di premi e riconoscimenti (come vedrai più tardi sul sito).

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Arrivi, molli l’auto, attraversi ed entri.

Superato l’ingresso, sei spaesata ma fai finta di nulla, che gli altri mica lo sanno che sei sociopatica e non esci mai e che anche se tu non fossi così brava a dissimulare, nessuno poi se ne accorgerebbe, considerando che in effetti chi sta dentro una piadineria è facile sia impegnato in attività diverse dall’osservazione antropologica.

Fai quattro passi e mentre il nano è già sotto al mega cartellone con il menù, il tizio dietro al bancone (che forse ha già capito chi sei e che problemi hai) ti indica il menù e già che c’è (e che come scoprirai in seguito, il suo lavoro lo fa da dio), ti dà anche un paio di dritte. Fa di più: come se SAPESSE, lui ti consiglia la #SceltaGiusta.

Quindi, superato l’impasse della #decisione, fai un passo di lato, tipo un grosso gambero dentro al suo cappottino nero, e ti piazzi davanti alla cassa. Mentre lui, il Piadinificatore Onnisciente, d’ora innanzi per brevità P.O., ti dà il resto, una monetina scivola sul bancone, in mezzo a una ventina (forse di più: eri impegnata a dissimulare e non le hai contate) di rivistacce da parrucchiera. Fa una battuta in rimando alla tua freddura («OPS. È caduta in mezzo alla cultura da banco») e poi ti dice che sono quelle che i suoi clienti apprezzano di più (non dice “apprezzano”, ma il senso era più o meno quello) e che le riviste fighe fanno la muffa.

Ti accomodi.

Non ci sono tavoli nel Tre Stelle del P.O., ma divanetti neri, bassi e anche comodi, nonostante siano squadrati. Agguanti Il libraio e ti siedi. Mentre aspetti la tua piada, quella scelta per te dal P.O., leggi un bell’editoriale di Stefano Mauri. Roba finta, chiaro (visto che parla bene dei lettori italiani), ma consolatoria.

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Mentre stai sfogliando uno speciale di National Geo, arriva la piada e come la assaggi, sei felice e quasi ti dimentichi che sulle slide della piadineria c’è un refuso nella punteggiatura. [Una cosa da nulla, davvero trascurabile, di fronte – soprattutto – a tanta meravigliosa piaditudine.]

Mangiando la piada del tre stelle della piada, gongoli e sbavi, sentendo tutto: il crudo giusto, l’olio giusto, il sapore pieno, la consistenza, il profumo.

Un fighino biondo e boccoloso, a ore nove, chiede qualcosa circa uno straccio e una possibile contaminazione olfattiva e tu senti il P.O. spiegarle per bene e con molto tatto come nessuno usi profumi, mai, lì dentro.

Il nano – che di norma è un bradipo – finisce prima di te.

Quando finisci anche tu, ti alzi e ti avvicini al bancone, sul lato destro, lontana dal P.O. ancora impegnato nella sua conversazione col fighino, sul versante opposto. Non vuoi distoglierlo, né fare finta di ordinare dell’altro (anche se il nano ha ancora fame), ma hai appena deciso di chiedergli di venderti le due riviste. Un po’ ti vergogni, ma anche no: le riviste ti servono. Questo almeno è l’alibi che ti racconti e al quale sei più o meno convinta di credere.

Nel frattempo, il nano ti indica la parete alla tua destra: è coperta di premi, attestati e riconoscimenti. Un colpo d’occhio e trovi tre nomi: c’è un Simone, c’è un Enrico e poi c’è un’Arianna. Scommetti col nano: per te lui è Simone, per il nano Enrico. Se fosse Arianna sarebbe molto divertente, pensi poi, da sola.

Il P.O. ti vede, chiede permesso e si avvicina e tu dici «Me le vendi?», sventolando le riviste.

«Non posso» – fa lui e allora attacchi. Gli dici quello che fai (e subito te ne vergogni, non di quello che fai, ma di averglielo detto, così, non richiesto) e poi «Com’è che sei arrivato qui?» – gli chiedi, come se ne avessi il diritto. Chi sei, Derrick? Ma lui è gentile e il suo lavoro lo fa da dio e allora ti risponde e ti racconta che c’entra la mamma («Lasciando fuori Edipo» – specifica).

Ti parla di condivisione: per il papà cita la box in TV e qualcos’altro che ora sfugge, per mamma la cucina.

Ti parla di origini: della Baviera (“che i bavaresi sono i terroni di Germania”) e della Romagna.

Ti parla degli anni Novanta, della piadina che nel ’95 c’era solo a Rimini e stop, che quando tornavi dalle vacanze te la sognavi.

Ti parla di territorio, di chilometro zero e anche se usa hashtag super trendy, si sente che quello che dice è vero. Ti parla degli ingredienti, della loro qualità, del fatto che gli ingredienti di qualità siano di solito riservati alla cucina vera, tradizionale. Tu ti mordi le labbra (per non parlare di nuovo di Chef’s Table) e ascolti. Ti parla degli altri fratelli, più grandi di lui di un bel po’ (dodici anni, sì?) e mentre lui parla, tu senti il suo entusiasmo, una montagna di entusiasmo che (racconta lui) gli impedisce di avere una vita sociale e che però si vede che gli fa bene, che è una cosa bella. A un certo punto salta fuori la parola ordinarietà e ti sembra d’accordo nel credere che sia meno peggio di quanto si creda.

Mentre lui parla, tu pensi che uno così (così entusiasta, carico, curioso, ben disposto, ironico, divertente, affamato, tollerante) sia un padre fantastico e senza nemmeno riflettere o fermarti o chiudere quelle cazzo di Niagara Falls che hai al posto della bocca, gli chiedi se ne abbia, di figli. E quando lui ti dice no, tu pensi al nomen-omen (si chiama Massenza, no?) e invece di stare zitta gli chiedi pure perché, e lui te lo dice e tu allora pensi che se il nano non fosse comparso nella tua to-do list al momento giusto, pure in mezzo a un sacco di altre condizioni meno giuste, a quel punto non saresti in ritardo per portarlo dal dentista. In effetti…

Ti incastri un po’ sulla porta, prima di uscire, indecisa se spingere o tirare (che la metafisica è una roba seria). Tergiversi ancora un po’ chiedendo «Ti abbiamo pagato?» e quando il P.O. ti dice di sì, tu esci e poi corri.

Qualche minuto più tardi, appollaiata sulla sediolina a ruote del dentista amico del tuo ex cognato venticinquenne, mentre il dentista parla controllando la mandibola retrocessa del nano, tu apri le note dell’iPhone e scrivi.

«Cazzo la piada dolce! Il nano l’ha ordinata e mangiata DOPO aver già pagato le prime due!» – realizzi poi, quando fai finta di non sorridere inviando un’emoticon vintage, parentesi e due punti.

Prima di chiudere il post e permettergli di raggiungere il suo scopo (che è quello di essere postato), rifletti sul nesso di causalità, sul principio causa-effetto e sul fatto che per ogni amico dentista del fratello di un ex marito che deve vendere un apparecchio, ci può essere una piada da tre stelle Michelin, da qualche parte, che ti aspetta.

Dal vivo e in diretta: a Brescia, in Via fratelli Ugoni numero 16/a.

Ma pure online, qui: http://www.amarcordpiadineria.it/

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DISCLAIMER

Poiché questo post è stato senza il permesso delle piade da tre stelle Michelin qui decantate, e poiché è stato scritto da un fantasma che difficilmente chiede il permesso per decantare alcunché, questo post si dichiara disponibile ad autodistruggersi on demand.

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