Alessio Cuffaro e LA DISTRAZIONE DI DIO in una non-recensione che non spiega una fava.

Perché le cose che succedono succedono e basta.
Alessio Cuffaro 2 la distrazione di dio recensione
Ecco perché mi piace la penna che ha dato vita a LA DISTRAZIONE DI DIO*: Alessio Cuffaro non spiega, fa vedere, e la vista è quello che io cerco quando leggo.
Vista intesa come partecipazione, come fusione, come una situazione di cui stai leggendo e che sa risucchiarti, senza spiegoni, senza che l’autore presuma tu sia un cretino e decida quindi di aiutarti a capire quello che invece non è riuscito a farti vedere.
Anche quando è una scelta precisa, l’intervento dello scrittore che si alza sulla tastiera, ci mette sopra le scarpe tutte lucide e batte le manine per richiamare la mia attenzione, fa fatica a convincermi.
Sono pochi quelli che ci riescono e stanno tutti sulle dita di una mano monca. Perché? Perché non mi interessano gli spiegoni.
Sul perché non mi interessino gli spiegoni, la faccio facile e uso Wallace, conscia di correre il rischio di far credere a chi invece legge me che io non conosca altro, visto che lo cito come se prendessi le royalties dalla vedova Green.

È quasi impossibile spingere una persona a riflettere con attenzione sui motivi per cui  una cosa non gli interessa. È la noia in sé a vanificare la ricerca di risposte; l’esistenza della sensazione è più che sufficiente.

 

Alessio Cuffaro non spiega niente e nel suo #grandeclassico fa quello che DFW chiama esformazione (con la f, con buona pace del correttore) – ovvero una certa quantità di informazioni vitali rimossa ma al tempo stesso evocata da una comunicazione in modo da provocare nel destinatario una specie di espulsione di collegamenti associativi.

 

Funziona più o meno così: tu leggi e senti nel naso il profumo dei legni nella bottega del falegname; senti in bocca la sabbiolina della polenta sotto una sarda appesa e il ferro del vino che incasina la vista e sputtana gli affari. Senti i passi dell’eleganza, la voce della nobiltà; senti tutta l’umanità dei vecchi che fanno i ragazzini e dei ragazzini che sono nati vecchi; vedi la luce di un’abat-jour che trema per colpa dell’insonnia, senti la musica sotto le dita e nelle strade di Parigi. Pensi a quello che accade lì dentro, nella storia, e poi ti vengono in mente altre cose che invece sono successe proprio a te come se lui, Alessio, le avesse scritte per te.

 
Alessio Cuffaro la distrazione di dio recensione

 

 
Finisce che ti innamori del libro.
Finisce che innamori delle strade, della musica, dei vecchi, dei ragazzini.
Finisce che ti viene voglia di un dolce al cioccolato che ti ricordi il fondant au chocolate di Valérie, o di andare di corsa in spiaggia a guardare le onde femmine, o a litigare con il mare. Oppure ti viene fame, perché “mangiare è la meraviglia di scoprire ogni volta una nuova combinazione di natura vegetale, sapienza umana e caos.“
Finisce che una volta non ti basta.
Ecco perché non ti spiego una beata fava del libro di Alessio, né delle sue storie, e nemmeno delle azioni che vedrai dentro a LA DISTRAZIONE DI DIO*.
Spiegare un’azione o le sue radici, è spiegare una storia e spiegare una storia è come spiegare una barza. Non si fa, o la barza si sputtana.
* Lo scrivo tutto maiuscolo, il titolo, perché è così che lo scrive Alessio.
 

 

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