Due fantasmi, due nomadi: un po’ lontane e un po’ no.

simona camporesi

Dal 2013 vivo e lavoro da casa, ma in quattro anni ho cambiato tre case e spostato i mobili al loro interno almeno 36.

Io sposto i mobili. Già. Lo faccio da quando ho memoria di uno spazio mio, e ho, più o meno da sempre, ho creduto di averne bisogno per ridefinire il panorama. Da più o meno da due residenze fa, ho iniziato a fare ricerche online sognando di cambiare CAP e/o Stato. Prima ho puntato Curacao, Antille Olandesi, per via di una proposta di lavoro che risale al mio Erasmus Olandese. Poi è stata la volta di Naha, Okinawa, Giappo (ho un’amica che ci si è trasferita con la figlia). In mezzo: il Canada, Miami Beach, il Sud della Francia.

I parametri sono semplici: mi serve un posto capace di dare a mio figlio (ora dodicenne) una buona visione, prima ancora che una buona formazione (ma pure quella) e a me uno scenario del quale innamorarmi. Almeno per un po’. Ah, e magari un ospedale attrezzato per le stroke unite, che non si sa mai.

Nel frattempo immagino una casa grande nella quale vivere con altri due nuclei, o tre casette piccole e limitrofe. L’ultima meta in analisi sta a venti minuti venti di autostrada da qui ed è il lago di Garda, o come lo chiamano gli unici che lo considerano esotico, “Garda see” (anche nella declinazione olandese meer). A Desenzano c’è un buon liceo classico che il mio nano potrebbe frequentare. C’è il lago, c’è un sacco di verde e c’è un buon clima.

Poi succede che un giorno mi contatta una ragazza, via Facebook, per chiedermi un’intervista. Lei si chiama Simona e fa la ghost.

– Oh, e tu ti fai intervistare da una che fa il tuo lavoro?

– Eh, e allora? Cosa c’è di male?

– C’è che è un competitor.

– Forse sì, forse no, ma anche lo fosse oggi, magari domani potrebbe non esserlo più, e magari diventare qualcuno con cui scrivere.

Fatto sta che Simona mi manda le domande e io le rispondo subito. Dato che però le ultime settimane sono state più in salita del solito, ammetto di non aver dato granché attenzione al suo sito. L’ho guardato, sì, ma di sfruss, come diciamo a Brescia, cioè al volo, dieci minuti e un centinaio di clic da un pezzo all’altro, enough per escluderne un’eventuale cialtronaggine (quella sì che è pericolosa, mica la concorrenza).

Poi stamattina, lunedì primo maggio, mi sono alzata verso le otto intimando a mio figlio di restare nel lettone e godersela ancora un po’ (piove, in camera sua c’è un amico che dorme e gli unici programmi per la giornata prevedono scrittura collettiva e giochi in scatola) e dopo una lavatrice e due caffè ho aperto la pagina di Simona.

Wow, però, e ‘stica sono stati – nell’ordine – i tre pensieri che mi sono usciti nel metterci il naso dentro.

Simona si definisce (o la definiscono, appurerò) nomade digitale, è nata in Romagna nel ’75 e a un certo punto ha lasciato lavoro, casa e nazione con il suo computer. Da quel punto in poi, che mi pare fosse il 2001, si è catapultata dall’altra parte del globo per poi tornare da questa e fermarsi un po’ su un’isoletta delle Canarie poco più grande dell’Elba e che si chiama El Hierro. Da là, l’autunno scorso con un certo Jonathan Pochini ha organizzato una  Digital Nomad Slow Life Experience.

Simona è nomade (mentre io scrivo, lei legge dall’Asia). Parla di coworking senza la zuppa degli startuppari e degli incuBatori. Parla di coliving senza l’aria macrobiotica (e un filo triste → personal opinion) dei predicatori di Osho.

Simona scrive. E lo fa bene.

Ora non resta che scoprire se e quando organizzerà il prossimo DNSLE.


Contatti:

Simona Camporesi

http://www.simonacamporesi.it/

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