La trama perfetta deve arrivare, ma mica subito.

Quando ho deciso di fare questo lavoro è stato per comodità, più che per passione. Mi serviva un mestiere facile che potessi fare dal mio giardino, tra una marmellata e un cervo cotto a bassa temperatura, senza tacchi, uffici, autostrade da percorrere e badge da ritirare.

La faccenda della passione, in effetti, è una specie di alibi, una via di mezzo tra uno slogan e una scusa stiracchiata perché qualcuno mi paghi perché io faccia la cosa più facile del mondo, cioè scrivere.

Comprando il dominio loscrittorefantasma.com, giuro che non sapevo come sarebbe andata a finire ma ero pronta a tutto, o quasi. Anche a portare il curriculum al Despar e offrimi come cassiera.
Quello che è certo è che non potevo avere idea che a distanza di quattro anni avrei codificato una cartella Drive con il progressivo 47, pari al numero di libri sui quali, insieme ai miei fantasmi, ho messo gli occhi e soprattutto le dita dal maggio 2013 a oggi.
Sapevo solo che il lavoro di ricerca (analisi del mercato, scoring, benchmark, studio demoniaco del segmento, profilazione del target et similia) era un mezzo capolavoro. Roba da piano marketing di una multinazionale di quelle serie.

Dopo le mie dimissioni da fanta-manager, avevo passato il primo mese a scandagliare la rete italiana, raccogliere dati, mandare mail che non ricevevano risposte (meno che mai risposte gentili). Il quadro che ne era uscito era pietoso, a dir poco: in simil chiaro c’erano solo wanna-be, gente che si vedeva subito che non poteva campare di scrittura, e fuffologi. Quelli che allora si dichiaravano ghostwriter (pochini, eh), sui loro siti avevano testi che non si facevano leggere, pesanti come uno stinco con i crauti, pomposi come baroni in cattedra, ridondanti, vecchi dentro, nel profondo. Noiosi fino alla nausea. Prezzi bassi, bassissimi e qualità pari requisiti.
Lo scenario oltre confine non era nemmeno confrontabile: negli States il più sfigato dei fantasmi dichiarava tariffe a libro che partivano dai trentamila dollari; in Germania e Svizzera per meno di venti te lo potevi scordare e in Inghilterra c’era il re dei fantasmi che partiva da trecentomila sterline a pezzo con più di ottanta titoli in curriculum.
Scrissi a lui e lui, il titano, mi rispose, ed essendo un titano vero e non uno stronzo con un ego ciclopico, mi rispose con un garbo che mi sciolse. Nonostante io fossi meno di zero e gli avessi scritto in un inglese un pelo meno stentato di quello di una vacca spagnola, il re dei fantasmi entrò nella mia casella email venti minuti dopo il mio invio.
Gentile, gentilissimo e tanto semplice da spaccarmi il cuore per l’emozione.
Da quella mail la mia vita è cambiata.

Io ho seguito lui e replicato il suo modello di business applicandolo al tessuto editoriale nostrano.
Per i primi due anni ho tenuto le tariffe basse (giusto un filo più alte dei fuffologi), ma con uno zero in meno del resto d’Europa): sapevo scrivere ma dovevo imparare il sistema e per riuscirci mi serviva allenamento; è così che sono cresciuta, in opere e pecunia. Da un anno all’altro, fino a superare quota undici milioni di battute*.
Oggi chi viene da me deve avere le idee chiare su almeno una cosa: la qualità che si aspetta in cambio. Che poi non sappia che cazzo scrivere, non è mai un problema. A quello ci penso io, anzi noi.
Una ventina di libri più tardi (quasi tutti non fiction), già felice come una pasqua, ho poi deciso di cambiare aria, cioè genere. Non che i saggi mi avessero rotto, o non tutti, ma avevo voglia di immaginazione, racconti, romanzi.

Aggiornato il sito, ho quindi riscritto il mio piano per attrarre narrativa e da lì ho fatto il salto.
Ora, luglio 2017, quarto anno in corso della mia avventura da fantasma, mi trovo davanti a un altro dilemma e stavolta non di genere ma di metodo.
E il metodo riguarda il quando iniziare a scrivere.

Mi spiego meglio.

Firmato il contratto con l’autore, parto con l’intervista e da quella stendo il mio piano, che chiamo “architettura”. Definito il suo perché (perché gli serva un libro, perché lo voglia, cosa si aspetta che accada una volta pubblicato), studio il suo target (ovvero i lettori che intende raggiungere) e quindi la lingua che serve per riuscirci. Poi tocca al come: stile, tempi, modi verbali, gergo, lunghezza, rapporto vuoti/pieni ecc. ecc..
Il “cosa”, ovvero il fulcro dell’opera, sta tutto in una schermata in Drive.
Una volta chiusa l’architettura (cioè riscritta in italiano semi-corrente), la faccio approvare all’autore e parto con le stronzate, cioè con quelle che i markettari chiamano sessioni di brain-storming ma che io chiamo stronzate. Nel frattempo leggo tutto quello che trovo in libreria, in rete, su Amazon. In tutte le lingue che riesco a leggere.

Visto che in trenta giorni, io e i miei consegnamo il libro finito, e dato che di libri a oggi ne abbiamo consegnati 46, posso fare una statistica. Dei 30 giorni a libro, per scrivere ne usiamo in media dieci e se in dieci giorni riusciamo a mettere insieme dalle 50 alle 120.000 parole non è perché lavoriamo su una trama perfetta.

Noi la trama perfetta ce l’abbiamo solo di carta. Con tanto di impaginazione e copertina con le alette.

Nel durante c’è un’idea di massima (che per come la vediamo noi deve stare in tre righe) e qua e là una specie di scaletta del genere succede questo, succede quell’altro, qui il tizio muore, qui si innamora, qui scappa. Paura, paurissima. Colpo di scena. Dialogo, dialogo, dialogo.

Niente outline, niente soggetto, nessun trattamento (per usare termini da cinema).

Solo dita.

Sono loro che scrivono.
Chi paga me, in realtà nutre quelle e loro ricambiano battendo sulla tastiera veloci come termiti impazzite.
Quanto alla trama, a pensarla e soprattutto a raccontarla, sono scarsina.

Chi lavora con me ormai lo sa e non ci fa (quasi) più caso. Andrea, Luca, Gianluca, Anita e Tagliente si sono abituati a sentirmi delirare per giorni con idee che non stanno né in cielo né in terra.
All’inizio mi guardavano perplessi.

Facevano domande, cercavano di capire.

Ora sanno.

C’è una premessa che devo proprio fare per chi non mi conosce: io non so parlare. Faccio una fatica bestia a spiegare quello che penso. Scrivere invece è sempre una passeggiata.
Per scrivere un buon libro mi basta un’architettura decente (perché, per chi, come, cosa, cos’altro). Non mi serve una trama super definita. Lo so che un sacco di scrittori partono da quella e non iniziano a scrivere finché non ne sono super convinti, ma io scrivo con le dita e sono loro che pensano, che lavorano per trasformare la nebbia dentro alla mia testa in righe, capitoli, decine di migliaia di parole una in fila all’altra, fino a superare quota undici milioni di battute, blog esclusi*.

Oggi, mentre facevo da Candy Candy a casa dei miei, su e giù dal portico alla camera del babbo (rotula rotta), mi sono messa a leggere Carver. Il mestiere di scrivere.

Quando sono arrivata al punto in cui lui dice che se ne fotte dell’outline, è mancato poco che mi mettessi a piangere.

carver flannery

Ecco. Volevo dirvelo.
Posso tornare a dar da bere alle rose.


 

* Sì, ho un file excel con il conteggio di tutte le parole e tutte le battute di tutti i libri consegnati  da maggio 2013 a oggi e a febbraio 2017 la somma delle battute aveva già superato gli undici milioni.

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