Conosco una donna che sembra una tigre.

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Conosco una donna che sembra una tigre. Ha la lingua sciolta e un sacco di storie da raccontare. Ha un vocabolario ricco, esuberante. Porta tacchi vertiginosi. È interessante, alta, ben vestita: accessori giusti, accostamenti eleganti, capi agée ma raffinati. Non è (più) bellissima, ma è un tipo. È iperattiva. È instancabile. Sa ridere e far ridere. Sa cucinare, dipingere, scrivere, parlare in pubblico, riparare (da sola) un lavandino, valutare un bilancio, pesare e posizionare un sito web e analizzare gli scenari del mercato. In una sola parola è un’eclettica.  Ed è cardiopatica. Dalla nascita. Il suo cuore soffre di aritmie e di tachicardie parossistiche sopra ventricolari. In buona sostanza, fa casino con gli impulsi elettrici responsabili delle contrazioni del miocardio. Il suo battito, anche in condizioni normali, suona come un batterista jazz. Lunatico. E a volte pure sbronzo.

Il suo cuore non è regolare. E lei nemmeno.

Così, più o meno da sempre, parlando di emozioni, lei parte in quarta, a duecentoventi battiti al minuto, s’innamora, poi smette, poi soffre, poi molla, poi si rinnamora, poi si pente, poi frena e sviene in preda a una sincope, non facendo altro se non replicare paro-paro la fisiologia dell’organo che si dice preposto ai sentimenti.

Lei lo sa che dovrebbe controllarsi, farsi curare, operare, ablare e sistemare, ma non ne ha voglia. Non ne ha mai avuta. E non si fida. Non si è mai fidata. Così, invece di scegliere la cura, la pastiglia o il bisturi (e la sega circolare), ha imparato a correre ai ripari, a sentire i sintomi, a manovrare il nervo vago in emergenza, abbassando i battiti e prevenendo la sincope. A comando. Ha imparato ad allenare il diaframma, a usarlo per respirare, a controllarlo. E ora che questa manovra la fa da un ventennio, sa di essere diventata brava, bravissima, una scheggia. E la fa con la stessa noncuranza con la quale una manicure disegna fiorellini con il gel, o fa una ceretta. O schiaccia un punto nero. Poi, evitato il black-out, crolla, si accascia e dorme come un sasso pleistocenico per ore e ore. Come un Iphone in ricarica. Anzi, come un Blackberry che si riavvia.

Lei lo sa, lo ha imparato da un pezzo, che non dovrebbe partire come una catapulta ma valutare e ponderare e guardare e stare lì dei mesi, zitta-zitta, a osservare. Ma non ne è capace, lei dice. Non lo è mai stata.

Per cambiare, si racconta, forse dovrebbe farsi aprire come un pollo, con la sega circolare, con uno di quegli interventi che ti aspetti di vedere da un veterinario, o da un macellaio, e sostituire l’organo, togliendo il vecchio per metterne uno usato, ma tenuto bene.

La sola menata, qui, è che in quasi quarant’anni, questa donna, non ha ancora trovato una manovra per evitare di finire stecchita, distrutta, annegata nelle lacrime, con il cuore che fa male come se si stesse spezzando. L’unica cosa che ha imparato, per manovrarsi un po’ (ma nemmeno tanto), in tutto questo tempo, passando sopra a un sacco di sincopi, è che per stare meglio, lei deve iniziare a smettere di cercare di stare peggio. E lo fa ridendo, scrivendo, cucinando, spostando i mobili da una parete all’altra (più loro pesano e più lei si alleggerisce), facendo i compiti,  lottando con i draghi, viaggiando per il globo, esplorando sport estremi e proteggendo il regno dagli attacchi degli orchi. Il tutto senza nemmeno mettersi le scarpe.

Perché quando esce, oltre alle scarpe, servon le maschere.

E io che la conosco, lo so: a lei, ogni tanto, pesano.

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