Spazzatura migrante, comuni ricicloni e turisti incappucciati.

Prendi un grazioso paesello della Valtenesi.

Scegline uno a un soffio dalle acque del Lago di Garda.

Uno che abbia un paio di migliaia di abitanti per nove mesi l’anno e molti molti di più da giugno a Settembre. Quanti? Non ne ho idea, ma immagina che in un posto così, fare la spesa di sabato equivalga a oltrepassare la barriera di Milano alle otto del lunedì mattina.

Metti in giunta un assessore all’ecologia riciclone. Uno di quelli che puntano ai premi più verdi del pianeta e come li vincono, gongolano per eoni.

A questo punto togli tutti i cassonetti e imponi la differenziata.

No, macché, non perdere tempo a spiegare come e perché e quando. Al massimo manda una bella letterina nella cassetta della posta delle 853 famiglie stanziali. E i turisti? Ah! Che si arrangino, che chiedano!

Fatto?

Bravo. Bravissimo. Bravone.

 

Ora non stupirti però se qualcuno dei villeggianti, magari di quelli che han la casa per il fine settimana, decide di non avere voglia di un’invasione aliena e non ce la fa ad aspettare tre giorni, i tre giorni da una consegna dell’umido all’altra, magari perché la crosta del gorgonzola e i resti della paella non van d’accordo con l’essenza profuma ambiente o perché il cestino (quello con i cadaveri della colazione, del pranzo, della macedonia e della polenta taragna), rischia di andarsene da solo sulle sue gambe, schifato di se stesso.

Considera che se uno va via la domenica sera, carica in macchina la borsa del weekend, la Nespresso, il computer, il caricabatterie, i figli (in caso ne abbia), a volte il marito (a volte no, ma lasciarlo lì non sempre è facile) e pure la spazzatura. E la fa migrare. E se la porta a casa. Nella propria incivile, poco ecologica forse, per nulla riciclona ma certo organizzata città di provenienza.

Non stupirti nemmeno se a ogni ora del giorno, ma soprattutto di notte, vedi processioni da loggia massonica e file silenziose di turisti incappucciati che partono dal paesello e con la loro spazzatura divisa per colore, tutta infilata nello stesso sacco nero, poi, parcheggiano lontano, raggiungono a piedi l’area 51 del primo villaggio a tiro e depositano cestini di fragole andate a male, tovagliolini di carta unti di maionese, scottex, bottiglie di birra e di Lugana, lattine di Fanta, Giornali e riviste, dentro i cassonetti dei comuni limitrofi.

E se i cassonetti tracimano e le zone vicine sembrano uscite dritte dritte da uno di quei documentari sul meridione degli anni ottanta e le aiuole dei residence diventano discariche a cielo aperto, fa’ un bel respiro e non ci pensare.

Tanto il paesello ha vinto il premio, no?

 

 

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