Riti: la forma e la sostanza

Dal sanscrito r̥tà, deriva la parola rito.

Dalle consuetudini, poi ufficializzate e standardizzate, arrivano a noi le modalità di esecuzione dei riti cui assisti da spettatore e/o protagonista. Alcune di queste modalità sono così connesse alla natura del rito da calartici dentro fino al collo, anche quando non ne fai parte, ma magari passi di lì per caso.

Vedi una processione, o un carro di carnevale, o una fila di macchine che seguono una coppia di sposi, e sorridi.

Senti le campane funebri e t’intristisci.

Senti tuo figlio far rumore con le tazze e sai che è domenica e che lui ti sta preparando la colazione.

Ti svegli e cerchi il telefono, aprendo un buongiorno.

Sei la volpe di Saint Exupery e lo aspetti, perché è ora.

Se poi la natura della celebrazione ti coinvolge, il medium ha talmente forza da scatenare un effetto eco che si propaga dall’epicentro (il rito stesso) e tocca gangli neurali che nemmeno sapevi di avere.

Alcuni riti, per loro natura, sono gioiosi. Altri, allo stesso modo, drammatici. Fra quelli scuri, il più terribile – fra le mie esperienze dirette – è il funerale cattolico: celebrazione del dolore e della sofferenza portata al suo apice (o al pedice, a seconda della prospettiva), il rito è disegnato per inabissarti nello strazio. Le musiche, i gesti, i colori, perfino i fiori e gli odori compongono un quadro di disperazione cui è davvero difficile sottrarsi.

Non soffriremmo meno, certo, se invece dei requiem ci fosse un meraviglioso pezzo dei Led Zeppelin, o il Barbiere di Siviglia, o il momento in cui Papageno incontra Papagena, nel Flauto magico di Mozart. Ci si spaccherebbe il cuore in due come una mela lo stesso, se il celebrante non parlasse di eternità, di perdono, se non citasse la risurrezione di Lazzaro, la croce di Cristo, la paura del figlio di Dio per ciò che sapeva sarebbe successo.

Né sarebbe più facile se invece di assistere alla comparsa di perfetti sconosciuti, giunti da oriente, occidente, nord e sud come i magi, solo più tristi, per farsi vedere in lacrime e singhiozzi, alla presenza della bara di chi abbiamo perso e a cui magari loro, i perfetti sconosciuti, non parlavano più da quarti di secolo.

Sentiremmo comunque lo strappo, la mancanza, l’assolutezza e il non-ritorno, se celebrassimo i funerali come gli scozzesi, bevendo alla salute dell’estinto. O se vedessimo le spoglie del caro perduto allontanarsi su una pira cui dar fuoco con arco e frecce. Forse, e dico forse, sarebbe però un medium – se non più morbido – meno acuto, meno ululante, meno dilaniante.

La forma tocca la sostanza, influenzandola, a volte addirittura plasmandola. Lo fa per ciò che crediamo nemmeno ci tocchi e lo fa con quello che – anche nostro malgrado – ci infilza come spiedini, tra il lusco e il brusco.

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