Ecatombi, peanuts, intelligenza emotiva, note sul diario. E cuore.

Per quanto tu possa per natura essere un ottimista, e nel corso della tua esistenza lavorare di vision, circondarti di persone cariche di entusiasmo, scrivere, editare e leggere  tonnellate di libri/saggi/post sul valore della positività, quando ti trovi di fronte alla morte, a tre morti di seguito, nell’arco di poco, se non hai un minimo di cedimento, i casi, per come la vedo io, sono tre:

  1. sei un robot e non hai emozioni;
  2. soffri ma fai finta di niente;
  3. fai uso di sostanze psicotrope e soffri solo tra una somministrazione e l’altra;
  4. ah, oppure non sei un robot né fai uso di sostanze psicotrope, ma sei talmente indurito da tenerti dentro tutto. E anche se non lo sai, ti sta per venire almeno un’ulcera.

Ce ne andiamo tutti, prima o poi, e non è una novità per nessuno. Quello che non siamo abituati a considerare è il quando. Ed è il fatto che difficilmente, sia come protagonisti che come comparse, quando toccherà a noi (o ai nostri cari), riceveremo un promemoria. O una nota sul diario. Oppure tre, come quelle lasciate sulle pagine di mio figlio in quinta elementare, colpevole di aver dimenticato un quaderno. Tre note. Non una, tre. Tre note, con la richiesta di altrettante firme e la convocazione di entrambi i genitori. Genitori separati, con due vite ormai lontane, che vedono il figlio durante la settimana o nel weekend. Genitori che non si vedono, che non si incontrano. Che parlano poco. Anzi quasi mai. Genitori di un bambino che ieri sera è arrivato, straziandomi, a dire “io faccio schifo”. E “sono un fallito”. Solo per mancanza di peso e misura nel gesto, nei gesti di una maestra priva di buon senso. Solo l’assoluta mancanza di buon senso, di capacità di ponderare e valutare le situazioni attribuendo diversi pesi a gravità differenti, può portare a dare tre note a un bambino che tornando a scuola il lunedì non abbia la cartella in ordine.

Sono stata in classe, oggi, accompagnando lui e ho parlato con una delle sue maestre, quella di italiano, scelta più per caso che per affinità professionale. Ho raccontato, riportato i fatti, chiesto un nuovo incontro e fatto presente come non giustifichi la negligenza, o il disinteresse, ma non possa a nessun costo tollerare l’eccesso. Nemmeno di zelo. Forse soprattutto di zelo.

Non sopporto le mamme (o i mammi) che giustificano i figli a prescindere, quelli che inveiscono contro la Scuola, quando la scuola fa loro notare come i loro pargoli siano svogliati, o maneschi, o maleducati. Quelli che ritenendosi geni non accettano di avere prole disallineata dalle loro aspettative (in termini di comportamento, doti o risultati).

Allo stesso modo, sullo stesso piano, non accetto umiliazioni gratuite. Non abbasso la testa di fronte all’ignoranza. Non deglutisco né mi piego all’arroganza, alla stupidità, alla meschinità. E non mi limito a non piegarmi, a non inginocchiarmi: mi alzo. E parlo.

Quando ero piccola, mi alzavo dalla sedia, io, e me andavo, sentendo leggere Dante come fosse un salmo responsoriale, recitato con voce sgradevole, gracchiante, orribilmente cadenzata. Mi alzavo e me andavo.

“Amidaaaani! Dove vai” – chiedeva la prof.

“In presidenza, profe. Vuol venire?” – rispondevo io, sorridendo.

Ora, con meno spigoli, quando mi alzo per parlare (o entro in classe, o chiedo udienza a un cliente), lo faccio con meno ironia, più garbo, toni modulati. Uso ciò che ho studiato sull’intelligenza emotiva per ottenere il mio scopo e il mio scopo, da un pezzo ormai, è il benessere. Lo stare BENE. Per me, per i miei isolani, per chi lavora con me e per chi amo.

Questo è un mondo ridicolo, in certe sue manifestazioni. Gli esseri umani, spesso, perdono la ragione, si crogiolano in quisquilie, si massacrano per questioni di principio. Si odiano. Per soldi. Si fanno a brandelli per baggianate. Si sdilinquiscono per la banalità. Non ridono. Non giocano. Non si conoscono, non si cercano, non ti toccano e quando si sfiorano, per caso, magari in metro, o in treno, o in coda, saltano. Come con la scossa.

C’è chi corre come un criceto impazzito sulla propria agenda, scordandosi  il perché. C’è chi fa del male, chi sfrutta il prossimo, chi non paga, chi ruba, chi si sente furbissimo, nello schiavizzare i dipendenti, nel taglieggiare i fornitori. Sono gli uomini (e le donne) che fanno i forti con i deboli e si dimenticano di essere mortali. Si dimenticano che prima o poi, succederà.

E che quando succederà, succederà e basta, così come succede sempre. E non ci sarà più tempo per fare la pace, per ringraziare, per dire tiamo, o per mangiarsi una brioscina. Con la marmellata di albicocche. Fatta in casa. Di quelle che van fatte lievitare tutta la notte e messe nel forno alle sei, pronte e calde per la colazione.

Succederà. E nessuno, a quanto pare, si porterà via nulla.

Non avremo conti correnti, case, macchine, borse, scarpe, nemmeno libri, quadri, sculture. E tutti gli anni, i mesi, i minuti, sprecati ad arrovellarci le viscere per trovare nuovi clienti, fatturare di più, pagare l’IMU, la Tarsi, l’INPS, aumentare i guadagni, abbassare l’imponibile, ad arrabbiarci per niente, a litigare, a pensare al domani, a vivere malissimo oggi in vista di un futuro migliore, saranno stati inutili.

Solo le risate, il bene dato, le attenzioni i sorrisi gli abbracci seminati, l’amore provato, ricambiato cercato, perfino perso. Le notti insonni, a leggere. O fare l’amore. O scrivere sognando di fare l’amore. La nostalgia. I tramonti. I colori del cielo in autostrada, con la nebbia, o la pioggia con il sole. Le storie. Le persone. Gli alberi. Le poesie. Le favole. Il pane. La pizza. La tartara al cucchiaio. Il risotto mantecato a regola d’arte. Il tacchino al Risky (soprattutto il tacchino al Risky!).

Quello che lasciamo, l’unico testamento, è quello che siamo stati.

Non sono i titoli, non è il cervello. Non è nemmeno l’intelligenza: é solo il cuore.

Cuore. 

“Ricordate che non c’è più bell’ospitalità di quella del cuore”

Scrive la Signora Amel Karboul, Ministro del Turismo della Tunisia, parlando del Tunisia Award 2014.

E io ci sarò.

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