Tunisia Award: da dentro.

Arancio e azzurro: sono i colori che riporto dai Tunisia Award, organizzato dal ministero del turismo tunisino come riconoscimento per l’impegno nella promozione della loro terra.

Arancio, come la frutta, i piatti, le stoffe e le spezie nei mercati all’aperto della medina di Hammamet. Come il sole alle cinque di pomeriggio. E come il mio vestito alla cerimonia.

Azzurro, come il cielo di giorno e le porte di Sidi Bou Said, venti chilometri da Tunisi, strade di pietra e porte da fotografare ogni tre passi.

Due colori per un viaggio inaspettato, regalatomi dalla Signora Amel Karbur, giovanissima e solare Ministra (loro la chiamano così) del Turismo, per il solo merito di aver incontrato un membro del suo staff a una conferenza stampa, qualche mese fa, a Milano.

Su oltre 600 ospiti (ma il numero varia, a seconda delle fonti, di oltre il 50%), l’invito è stato accolto da sette Italiani: quattro giornalisti veri, due tour operator e io, scrittrice omaggio e neo membro onorario della Banda della Tartina.

Il primo che intercetto, al check-in a Milano, è Maurizio Maria Fossati. Porta una sahariana da reporter e ha con sé un piccolo trolley. Facciamo amicizia prima ancora di presentare i documenti per l’imbarco.

In fila, identifico un volto noto, di una donna già vista. La guardo. Forse con troppa insistenza. E lei guarda me accigliata e dall’espressione che fa, si vede che pensa la stia puntando. Distolgo lo sguardo.

All’arrivo all’aeroporto di Tunisi Cartagine, ci accoglie un cartello, retto da una signora del Ufficio del Turismo, che dopo poco saluta e cede la palla a Medi.

Uno alla volta, dall’aereo scendono tutti. Facciamo le presentazioni. Cerco di memorizzare i nomi. C’è un Giovanni da Roma, accompagnato da un Francesco. Da Milano, una Cinzia, un altro Francesco (giovane) e un Carlo.

Maurizio mi presenta a Carlo, editore di On the road. Carlo è alto, sulla sessantina. Chioma bianca, occhio azzurro e modi dinoccolati e rilassati di chi ne ha viste tante. E scritte di più.

Medi ci dà il benvenuto e si scusa per la scarsità delle info che può darci, spiegandoci come sia stato cooptato in last-minute per portare in giro la delegazione di giornalisti (quelli veri + la sottoscritta). Medi ha studiato 5 anni a Roma, ci racconta, e poi lavorato a Milano per altri 5 . Non ha dettagli dell’evento cui siamo chiamati a partecipare (e su cui i giornalisti dovranno scrivere), ma dà tutto se stesso per renderci piacevole il soggiorno.

Nel trasferimento Cinzia, ci racconta di un sogno fatto la notte precendente. Parla di posti di blocco, divise verdi, una bomba. Lungo la strada, vediamo filo spinato, mitra, ma niente verde. La polizia veste in blu.

Medi, interrogato, mi spiega come il turismo Italiano sia in calo, negli ultimi anni: da 500.000 nel 2010, oggi ne arrivano meno della metà. “Non solo la rivoluzione”- ci dice – “Anche la crisi, in Italia…”

Arriviamo a Yasmin, la zona di Hammamet ricostruita in stile Gardaland. Quando arriviamo in hotel, il gruppo ha già fatto amicizia. In viaggio, scopro che uno dei due Franceschi è di Brescia, l’altro lavora per Going.

Grand Hotel Mehari

Dopo il check-in, decidiamo di provare la SPA (è un lavoro duro, questo, a quanto pare). Io e Francesco raggiungiamo le rispettive camere, aspettiamo i bagagli (no, non potevamo portarli noi: non si usa) e cinque minuti dopo siamo nella hall, aspettando Cinzia. Cinzia tarda. Noi decidiamo di chiamarla e raggiunta una cabina, digito il numero della sua stanza.

“Hello” – risponde lei.

“Buonasera Madame” – replico io, simulando un accento francese alla Clusou. “Qui è l’accogliensa del Grand hotel Mehari. La chiamo per farle sapere che siamo molto felisci di averla fra i nostri ospiti e che sci piacerebbe poterla omasciare di un messaggio nella sua stonsa”

“Oh, ma che ccariniiii, ma grazie”

“…è un vero piascere, madame… e sopratuto volevamo dirle che TTE DEVI MOVEEEE o la spa chiude.”

Lo scherzo riesce perfettamente, ma quando Cinzia si palesa, la Spa sta per chiudere e dalla reception ci dicono come non sia più possibile accedervi.

Ceniamo in hotel, interrogandoci sull’evento cui siamo stati invitati. Non abbiamo notizie, né comunicati stampa, né un referente da interpellare.

Dopo cena, usciamo a esplorare i dintorni, visitando la Medina di Yasmin. Prima di partire, on line, avevo letto le recensioni, pensando che esagerassero in negativo. Dal vivo, capisco di essermi sbagliata: la medina è gardalandiana, finta, di plastica. I bazaar sono iper-turistici, studiati per accontentare una clientela che quello chiede e di quello gode.

Sabato mattina partiamo presto, diretti a Sidi Bou Said, che sembra Mikonos, solo meno afoso. I colori sono da togliere il fiato e io, che amo le porte, sono in paradiso. In un café, beviamo un the alla menta, con i pinoli, strepitoso. Tutti, o quasi, parlano italiano e l’oste ci saluta subito: “Molti italiani, qui”.

“200.000” – rispondiamo noi.

“Sì, 200.000 turisti qui” – dice – “E 4.000 morti là, coi gommoni”. Ci zittisce.

Per pranzo, Medi ci porta in un posto ad Hammamet. Camminiamo lungo il cimitero e scegliamo di evitare la tomba di Craxi.

Passiamo il resto del pomeriggio nella Medina di Hammamet, vecchia più di 1.800 anni. Scopriamo, ragguagliati da un volontario saltato fuori da un angolo, che se sulle porte c’è una mano significa che ci abita una famiglia. Due mani, due famiglie. La Medina, quella vera, toglie il fiato. Mi ricorda Istanbul, solo con più luce e addirittura più colori. Si affaccia sul mare, che è splendido.

Mentre aspettiamo la nostra guida, Cinzia e Francesco (Dolfo) immortalano i pescatori sulla spiaggia, la reflex di  Carlo scatta panoramiche che non potrà usare e io riprendo un gruppo di ragazzini che fanno parkour, saltando panchine e lanciandosi dal muretto della strada fino alla spiaggia. Tre metri più giù.

Rientriamo in hotel, c’impinguiniamo e alle sei e mezza siamo pronti per il grande evento, spostato dagli Studios alla Medina di Yasmin, un po’ per paura della pioggia e un po’ per altro, data la presenza di ambasciatori di mezzo mondo.

Arriviamo alla Medina e sembra di essere alla notte degli Oscar. La Medina è piena di turisti e noi, così come gli altri ospiti, siamo elegantissimi. La folla si apre. I fotografi e i cameramen ci inquadrano. La sicurezza è imponente e sembra uscita da un film: il più basso è un gigante. Il più esile, un baobab.

Seguendo la folla, gli smoking dei signori e gli strascichi delle mademoiselles, raggiungiamo una grande sala illuminata in rosa.

Vediamo donne bellissime, altissime, inguainate in abiti da mille e una notte. Principesse arabe, attrici, regine. Un principe nubiano che ci ricorda Il Principe cerca moglie, in divisa bianca e mostrine, ma senza maniche, alto come una giraffa.e altrettanto sinuoso. In mezzo agli smoking, vediamo un quartetto di signori molto molto casual: uno di loro è in maglietta da tennis, gli altri in camicia a quadri, a maniche corte.

“Quelli sì che sono potenti sul serio” – mi dice qualcuno del gruppo, guardandoli.

Prendiamo posto ai tavoli rossi, che sotto le luci rosa diventano arancio e fanno pendant con il mio vestito, e attediamo l’inizio.

Attendiamo l’inizio.

Attendiamo l’inizio.

Attendiamo l’inizio.

Finalmente, due presentatori raggiungono il palco e danno il via alla serata. L’uomo parla in arabo, la signorina in francese.

Non c’è wifi, né campo e nessuna chance di comunicare con il mondo. L’evento è schermato, a quanto pare. Ci manca l’elenco dei premiati. Anche quello dei nominati. I giornalisti si chiedono l’un l’altro notizie. La conferenza stampa è saltata. O forse rimandata. Speriamo.

La scaletta porta in scena una decina di personalità internazionali, dal cinema al giornalismo fino alla politica. Ai premi si alternano spettacoli di illusionismo, ballo e opera.

Una bellissima produttrice cinematografica cinese si avvicina al nostro tavolo. Ci presentiamo e dopo una decina di minuti di conversazione (politica, turismo, cinema), mi dice:

“Tunisian women are the most beautiful in the world”

“Oh, yes, you are right…”

“Really”- prosegue – “You know, you have these amazing eyes… so black, so deep…”

“Well, ehm, thank you, but, actually, I’m not Tunisian” – mi giustifico.

“You are not?? Come on, how could be?”

“Don’t know, but I swear god, I’m Italian”

Anche Medi, la nostra guida, mi ritiene Tunisina. “Una tunisina sbiancata”, mi dice. E pure un giornalista, Francesco, il ragazzo di Brescia, sentendo la vicenda di Nina, mi rivela come a Malpensa, vedendo me in coda al check-in, avesse pensato di essere nella fila giusta.

Sarà il kajal, mi dico. Quello puro, in polvere, che si mette nell’occhio e ti fa piangere, ma poi fa più nero il nero e più bianco il bianco, comprato la sera prima da un ragazzo berbero, di quelli veri, in mezzo alle bancarelle finte. Occhi infiniti, turbante azzurro e membra esili.

Finite le premiazioni, usciamo dalla sala rosa (che nel frattempo è diventata blu) e scendiamo tre piani, per raggiungere il cocktail.

Niente foto, qui, nemmeno dai telefoni. “Privacy” e “sicurezza”, ci spiegano.

Chiudiamo la serata, mangiando Bric e Kebab in una locanda. Passa la mezzanotte e arriva il mio compleanno, il trentottesimo. Arrivata in camera, apro le tende e guardo la luna, un petalo di profilo che si riflette nel mare. Vedo, due piani più giù le grandi strade del quartiere, deserte. Immagino questo posto d’estate, in alta stagione. Sogno il deserto, le immagini dei viaggi che i miei compagni di questi giorni mi hanno raccontato.

Ci devo portare mio figlio, qui. Mi dico. Nelle medine, nei paesini, per le strade, sulla sabbia. Fra la gente che sorride, ti capisce, parla italiano e ci assomiglia.

Mi viene in mente quanto questa terra sia simile all’Italia del sud delle mie vacanze estive. Meravigliosa, disordinata, piena di colori da far male agli occhi e di contraddizioni, da stringere lo stomaco. Fiori incredibili, buganvillee ovunque, e palme, eucalipti, gelsomini che riempiono i polmoni. Spazzatura agli angoli delle strade, edifici abbandonati, in costruzione da anni, come la città della cultura, a Tunisi o le mille case iniziate e mai finite, come a Tropea, o Taranto, o Agrigento. Gente che ride, che ti sorride, e vive con trecento dinari al mese (150 euro). Ragazze in piscina completamente vestite, pantaloni, vestito e velo, nell’acqua. E turiste russe in perizoma e tacco quindici. Strutture alberghiere immense, titaniche, cinque stelle dalle architetture imponenti e meno attenzione di quanto ti aspetteresti da una pensione di Viserbella.

Dormo poco, la mattina del mio compleanno. Leggo. Scrivo. Ho con me I fiori blu di Quenau.  Da quando mi addormento al suono della sveglia, passano poco più di tre ore. Faccio colazione e poi il check-out.

Partiamo. Il nostro volo decolla, il comandante ci saluta, io mi addormento e mi sveglio a Malpensa.

Lungo i corridoi, Francesco si ricorda del mio compleanno e il gruppo si mette a cantare per me “buon compleanno”. Mi vergogno. Ma gradisco.

Arriviamo all’uscita, ci salutiamo e mentre loro aspettano la valigia di Carlo, io esco, pronta a tornare a casa, prendere Giovanni e raccontargli questa meravigliosa avventura, regalo di una Ministra che non sono nemmeno riuscita a ringraziare di persona, ma che ho sentito parlare, in francese e che – prima o poi- rincontrerò.

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