Signore e signori: sua maestà La Virgola.

post virgola

Quando parli, di norma, respiri. Per lo meno finché sei vivo. Fai delle pause tra una parola e l’altra: per prendere fiato, per creare attesa, per cambiare il significato di quello che stai dicendo, per guardare se chi ti ascolta sta sentendo te o sta ancora controllando Facebook. Non ci pensi, ma lo fai.

Con le pause, dai il ritmo. Scandisci il tempo del tuo racconto. Decidi di dare enfasi a un periodo. A un verbo. A una serie di aggettivi. A un sintagma.

Sintagma ci sarà tua sorella. 

Sì, a volte è vero. Soprattutto quella di mezzo.

Di norma, però, il sintagma è una struttura linguistica fatta da una sola parola oppure da due o più elementi che formano un’unità costruita intorno a un nucleo. Deriva dal greco  sýntagma, ovvero «unione»

Quando scrivi, al posto dei respiri, per infilarci una pausa, usi la punteggiatura.

Ah, tu no? Chi sei? Un futurista? Hai preso la tastiera al discount e non ci sono le virgole? Non le trovi? Guarda meglio! Sta lì, appena a destra della M, subito sotto quella cosa che usi per fare l’occhiolino prima della parentesi.

Trovata? Ecco. Bene.

Ora che sai dov’è, prova a chiederti dove mettertela. O meglio: dove NON metterla.

Ah, lo chiedi a me?

Ok. Se lo chiedi a me, sappi che sto sospirando. Anzi: sto enfatizzando un sospiro neanche fossi la reincarnazione di Carmelo Bene che recita Majakovskij*, da solo, davanti allo specchio, in dolcevita nera e mutande (fa un caldo boia, qui e il pantalone con le pences neanche riesco a immaginarlo).

Sospiro perché una risposta non c’è. O non c’è in senso assoluto. O c’è, ma è fiacca, flebile, flemmatica e pure un po’ stantia.  Sa di naftalina. Di antitarme alla naftalina. Ha la voce di Madre Vittoria, la mia maestra delle elementari. Ha lo stesso naso, gli stessi zigomi pronunciati e le stesse mani nodose e ossute e col righello in mano. E anche il velo nero ondeggiante e spaventosissimo di quando si alzava di scatto tirando indietro la sedia di legno e volava fino al mio banco. Per vedere cosa stessi pasticciando/disegnando/scribacchiando. Ha lo stesso guardo e lo stesso sopracciglio di una me un po’ foca-ammaestrata e grammar-nazi-gongolante.

Mai dopo la congiunzione e. 

La mia (nuova) risposta è figlia del lavoro che faccio: scrivere per altri, mettere mano alle bozze di aspiranti scrittori, manager, formatori, romanzieri in erba, sportivi e personaggi famosi o in cerca di fama, ma più che altro soldi, mi ha reso meno intollerante; ha preso gli spigoli e ne ha fatto curve, andando giù di pialla, più che di lima. Nel mio processo di de-intollerizzazione, tra i post online, qualche company profile e diverse decine di manuali, oltre alle bio dei miei autori, ho capito che l’unica cosa che conta  e che conta sul serio è la leggibilità.

Si legge? Scorre? Fila?

Allora va bene.

Va girare la testa? Le palle? Lo stomaco? Va riscritto! Sistemato, messo apposto.

Vale per qualsiasi cosa tu stia scrivendo.

Vale per la scelta degli aggettivi e degli avverbi, per la loro posizione e per il numero (sul numero, la mia regola è: meno è meglio).

Non va mai dopo tra soggetto e verbo.

“Io, scrivo racconti”: fa schifo. Non si legge. Farebbe (abbastanza) schifo anche se tu fossi un poeta. Di dieci anni.

“Non va mai tra verbo e complemento oggetto”.

“Sto scrivendo, un libro”: è sbagliato. E, secondo me, potresti impegnare meglio i tuoi talenti.

“Non va mai tra un nome e il suo aggettivo”.

“Ho scritto un bellissimo, libro”: se piace a te, siam tutti contenti. Ma, ti scongiuro, non iniziare così l’email per mandare il manoscritto all’editore.

Prima della congiunzione e, poi, se proprio vuoi e, davvero, non riesci a farne a meno, metti la virgola solo se la fai seguire da un inciso. (E usa l’inciso solo se non trovi altro modo per dare più forza al testo).

Se hai dubbi, infine, fa’ un salto sul sito dell’Accademia della crusca. Oppure leggiti David Foster Wallace (qualunque cosa), o la traduzione di Eco di “Esercizi di stile“, di Quenau. O, ancora, “Questo è il punto”, di Francesca Serafini.

Non ti basta? Perfetto. Da’ un’occhiata qui e poi scrivimi, via Mail, Twitter, LinkedIn o Instagram: sono qui apposta. Anche per darti una mano con le virgole.

😉

***

*Certo che ho controllato come si scrive Majakovskij: faccio la scrittrice, la ghostwriter, lo scrittore-ombra, ma soffro di Alzheimer precoce e sono bionda. Dentro.

Un pensiero riguardo “Signore e signori: sua maestà La Virgola.

  1. Mettiamola in modo fisico.
    Sei in una riunione e hai bisogno di una virgola. Chiedi scusa e vai in bagno. Il tempo di una virgola.
    Se sei importante gli astanti mettono un punto e virgola e ti aspettano.
    Se sei un astante gli altri mettono un punto e vanno punto a capo lettera maiuscola e tu rientri con due possibilità: un punto esclamativo oppure un punto di domanda.

    Il resto della gente presente parla tra parentesi sussurrando orecchio (che non si fa!)

    Se sei importante o intelligente, la tua virgola era il momento di riflessione. Rientri con punti esclamativi e punti di domanda. E (non si inizia mai una frase con una E) con le tante parentesi non dette.

    I punti di sospensione. E’ l’attesa. Dopo punti sospensione ci vuole un’affermazione con un punto esclamativo. O con un punto di domanda se non sei un gran egocentrico e vuoi ascoltare il parere degli altri per farti venire una formidabile idea.

    La punteggiatura è, quasi sempre, più importante dello scritto stesso.
    Può creare enfasi, panico, felicita, ironia.
    Siamo uno dei pochi paesi che ancora la coltivano. Meno dei pomodori. Più delle tasse.
    Punto.

    Esempio pratico: matrimonio.
    Si lo voglio (per lo meno lo voglio ora… magari non proprio facciamo che lo voglio per ora e, per lo meno, potrebbe essere supponibile che domani cambi idea).
    Domani; non eravamo così convinti, vero?
    Punto a capo, lettera maiuscola.
    La punteggiatura è la metà di un libro o di un articolo.

    Roberta

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