La stranezza non esiste.

Se non stessi scribacchiando un monologo su Fra Dolcino, correrei il rischio di divinizzare la penna che questa mattina mi ha tenuto compagnia per colazione facendomi pure sorridere di me medesima. Poiché Dolcino sta agonizzando nel mio racconto sotto le tenaglie di un boia al servizio di un certo Vescovo di Vercelli (primavera 1307), mi astengo e vado al succo.

L’articolo di stamattina parte da un assunto semplicissimo “siamo tutti omologati”, fa un bel giro tra Minecraft, Social-dipendenze (stando al NYTimes social e videogiochi pare abbiano diminuito le canne), serie Tv, risvoltini, tatuaggi e petizioni online e infine ritorna all’omologazione.

Siamo tutti omologati, baby. Tutti quanti.

Il perché è presto detto.
Generazione dopo generazione, siamo cresciuti da genitori le cui convinzioni si assomigliano sempre.

Dopoguerra – genitrice a figlia cicciottella: Mangia a’ mamma, che sei sciupata.
Anni Novanta – genitrice a figlia normolinea: Basta mangiare, amore, che mi diventi una balena. Cià, dai che andiamo a spinning.
Oggi
Genitrice A): Ti ho visto su Facebook che mangiavi un hamburger. Non ho parole.
Genitrice B): Sei gay? ussignur, menomale, per un momento ho avuto paura che mi dicessi che eri vegana.*

*Questa non è mia, ma giuro che non ho idea di chi sia l’autore.

Ok, riprendo.
I nostri genitori (come tutti i genitori) sono venuti su in un contesto specifico, fatto e popolato di norme, usi, costumi specifici; hanno letto e ascoltato più o meno le stesse robe; hanno condiviso/creduto di condividere le stesse idee e/o ideologie.

In una società ricca, opulenta e grassa come la nostra (occidentale, massificata, livellata dalla statistica), l’appiattimento è inevitabile e tocca i pensieri, le opere, il look (risvoltini e tagli di capelli scemi inclusi).
Quando poi la società ricca, opulenta e grassa (cioè quella che non deve uscire nella savana per procurarsi un pezzo di muflone da mettere sotto i denti, o in giro per una città bombardata per una tanica d’acqua) incontra la velocità della fibra [sineddoche], il dado è tratto e la minestra ancora più piatta.

Le belle donne si assomigliano tutte ma va anche detto che si sono sempre somigliate. Non ci credete? Fate un salto in un preciso periodo storico e date un’occhiata ai quadri di quelli famosi, oppure guardate la gallery.

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E se oggi le belle donne ci sembra si somiglino di più rispetto, che ne so, al rinascimento, al medioevo o anche agli anni Venti, è solo per via della combinata bisturi + photoshop.

Le cose che piacciono alle altre pecore, prima o poi arrivano a piacere anche alla pecora solitaria, a quell’ovino cioè che ritiene di essere fuori dal branco, lontano dall’omologazione, libero di scegliere.

Ma libero de che?
Se a scuola leggiamo gli stessi libri? Se in Tv guardiamo le stesse serie? (che a me piacciono e dalle quali, sì, sono dipendente)? Se nei negozi troviamo tutti gli stessi modelli di pantaloni, abitini, scarpe? Se perfino le nostre macchine hanno tutte lo stesso colore?

Io porto i cappelli, dico, voce alta e naso in su.
Seee, certo, ma perché tu sei strana.

no_no_no_noooo_with_a_wolfdog

No cari, non sono strana. E in ogni caso la mia “stranità” è normale, normalissima, inserita nel quadro di una scrittrice quarantenne, ex bellina, singola (come diceva mio figlio) e giusto un filo sociopatica.
Il mio quadro è uno dei.
Un sottoinsieme dei millemila altri quadri che possiamo anche chiamare affinity-group.
Faccio parte mio malgrado di un’elite (vomitate per me?) di pseudo-intellettuali che campano o dicono di campare vendendo il proprio pensiero. Come parte della dunque dovrei dedicarmi alla, frequentare  presentazioni, comportarmi da stronza, criticare le altre penne (almeno quelle vive, stando ai costumi), eccetera eccetera eccetera.

Qualunque cosa faccia, tuttavia, dato il mio ruolo (ruolino, eh, niente di ché), difficile io risulti strana, essendolo già per antonomasia** di sicuro agli occhi degli outsider ma non escluderei nemmeno gli aRtri.
(**Quanti sono in Italì quelli che mangiano di scrittura, senza fare altro, solo di quella e quanti ci riescono senza pubblicare quasi niente a loro nome?)

La stranezza, qui da noi, in questa nostra ricca, opulenta e grassa societas, non c’è.
Per trovarla, tocca scriverla.

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