Le 4 parole che fanno la differenza tra vincere e perdere.

WAY WILL WHY

Quando si parla di vita, nessuno sa mai fin dall’inizio da che parte andare, per lo meno non con esattezza. Succede di ritrovarsi a un bivio, o in mezzo a un bosco, o – ancora – di fronte a un muro, e decidere se girare a destra, a sinistra o aprirsi a forza una strada a colpi di machete, scalare il muro o fare dietro-front.

Quando si parla di lavoro, professione, impresa, successi e fallimenti, il succo non cambia. Sì, certo, nel business ci sono piani (o ci possono essere) e strumenti e applicazioni che magari (ma non sempre) aiutano la programmazione delle risorse e facilitano un approccio piuttosto che un altro, ma – per come la vedo io –  ciò che fa la differenza, quella vera, tra un percorso che porta da qualche parte e uno che gira in tondo, è data da un buon perché, associato all’equilibrio di tre pesi, corrispondenti ad altrettante parole.

La prima è “metodo“, la seconda è “determinazione” e la terza inizia per C e finisce (a scelta) per “ulo” oppure “aso”. Se i concetti sottesi a questi tre vocaboli stanno in equilibrio, e il tuo perché funziona, sta in piedi, ed è sincero, qualunque sia la “meta” che hai in testa, il lavoro che vuoi fare, gli obiettivi che vuoi raggiungere, avrai moltissime possibilità di farcela.

Viceversa, se per esempio hai scelto di fare l’assicuratore, o il venditore, o il postino perché non sapevi cos’altro fare, o perché aspettavi (e magari ancora aspetti) che dal cielo ti cada l’occasione della tua vita, e nel fare quello che fai ti trascini da un giorno con l’altro, sballottato tra la noia e l’insoddisfazione, e non solo non hai metodo, ma nemmeno olio di gomito (magari perché quello che fai non ti piace, e allora pensi non valga nemmeno la pena di sbatterti) e punti tutto sull’alea (quella che finisce il “aso” e/o “ulo”), su una scala da uno a dieci, le probabilità di avere successo saranno pari a zero e la certezza di andare avanti a lamentarti, a cento.

Queste riflessioni di oggi arrivano dalle storie delle persone che ho incontrato e intervistato come ghostwriter, scrivendo per loro nell’ombra o comparendo come editor,  blogger, consulente di marketing o analista della reputazione web, cugina di un vicino di casa oppure amica fidata. Molte di loro hanno realizzato i loro sogni, o ci sono molto vicine, e tutte, prima di “sfondare”, nessuna esclusa, sono passate attraverso fiumi di m(elma), hanno superato empasse, abbattuto muri alla fine di strade che sembravano senza uscita, o cambiato percorso in itinere. Qualcuno è perfino fallito. Pur con vicissitudini e ambiti molto diversi fra loro, tutti, nessuno escluso, hanno avuto momenti bui, e si sono trovati a terra, riuscendo a rialzarsi (tutti, nessuno escluso!), più forti di prima.

E per loro, come per me, le quattro parole chiave sono le stesse: 

  1. perché (WHY)
  2. metodo (WAY)
  3. determinazione (WILL)
  4. e culo (CHANCE)

🙂

2 pensieri riguardo “Le 4 parole che fanno la differenza tra vincere e perdere.

  1. Citare Frost non aiuta perché tra i perché i come in che modo ed il culo hai perso di vista il fatto che se tutti pensassero in questo modo tutti sarebbero identici nelle domande e ti troveresti di fronte a persone che per diritto di prevaricazione lo possono e lo vogliono fare. 2 strade divergevano in un bosco e io presi la meno battuta, e questo ha fatto la differenza. La meno battuta è quella che nessuno concepisce. Quella di mettere la propria conoscenza a favore del risultato finale. Ma è sempre una gara a chi arriva primo: giusto? E’ prendere la strada meno battuta e poterlo dire per essere? Facciamo mente locale.

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  2. “La storia è stata scritta. […] Due strade divergevano in un bosco giallo e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo a guardarne una fino a che potei.” E se la strada meno battuta, pare.72, non fosse affatto quella che nessuno concepisce? Ma anzi, fosse la più “trendy” (vomito), la più anticonformista, quella che fa figo solo per il fatto di non essere battuta…e se poi comunque il risultato finale fosse scritto, o non scritto, o chissenefrega? O se le mie (e tutte) le procedure e gli how-to e gli elenchi non fossero altro che poltrone su cui accoccolarsi, facendo finta di avere una copertina a quadri per coprirsi e ripararsi dal freddo, o un grande cappello sotto il quale nascondersi e non bagnarsi troppo, o occhiali neri da 42 pollici per non farsi vedere?

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